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Finalmente, dopo sei anni, arriva il tirocinio e soprattutto l’esperienza più attesa, quella dal medico di medicina generale.

L’inizio promette bene. Tutto parte con una telefonata fatta per prendere accordi circa l’ora in cui presentarsi in studio: “la baracca apre alle 13.30, se arrivi 10 minuti prima intanto ci prendiamo un caffè e poi ti spiego come funziona”.

Mi lascia con il sorriso sulle labbra e tanta voglia di cominciare, con l’aspettativa di un’atmosfera gradevole e divertente. Ed è proprio questo che trovo, sin dall’inizio.

I primi giorni resto stupita dal fatto che ogni paziente, ancor prima di entrare in studio, abbia una storia associata da raccontare, e mi chiedo come si faccia a ricordare ogni particolare, ogni problema passato e presente associato alla persona e alla famiglia. Poi penso che in fondo è quello che mi sarei dovuta aspettare, e mi torna in mente il mio medico di paese, quello a cui mi sono ispirata e che ho preso come modello, insomma colui che mi ha fatto desiderare di intraprendere questa strada. Nei miei ricordi d’infanzia era la persona che arrivava a casa quando io o uno dei miei fratelli non stavamo bene; conosceva tutti i nostri nomi; la cosa più buffa che ricordo è che come abbassalingua usava sempre il manico del cucchiaio (non c’era bisogno di mezzi supertecnologici per curare il paziente); e alla fine della visita aveva sempre qualche domanda da fare a mamma o papà riguardo a questioni familiari in corso o ad andamenti scolastici di qualcuno di noi. L’avevo quasi dimenticato, o forse era un po’ assopito in me, sommerso da tutto quello che nel corso di questi anni è stato in primo piano: gli esami, le esercitazioni, i corsi, i racconti dei docenti, le esposizioni di casi clinici con nome e cognome appuntati (per il rispetto della privacy!) e nessun volto associato.

Ed ora il ritorno alla prospettiva iniziale stupisce, ma ci si abitua in fretta. Diventa rapidamente quotidiano e in ogni pausa tra un paziente e l’altro è naturale aspettarsi la storia di qualcuno.

Il medico di medicina generale. Si, adesso si chiama così, anche se forse sarebbe il caso di ripescare tra i passati appellativi e chiamarlo medico di famiglia. E’ questo che in fondo è. Conosce tutta la famiglia, ne segue le evoluzioni, gli eventi e le disavventure, ne osserva la crescita, l’ampliamento e la riduzione. E’ il medico che veramente conosce il paziente, nella sua totalità.

Sa dare il giusto peso ad ogni sua richiesta, sa cosa è da tenere in considerazione di quello che dice e cosa no, sa quello che è importante anche se lui non l’ha detto e sa quello che lui sottovaluta ma che invece non è da sottovalutare.

Non a caso lo studio si riempie di regali pian piano durante tutto il mese; e sono fatti col cuore, lo dicono le frasi sui biglietti di auguri e gli abbracci che ripagano per tutto ciò che si è fatto finora: per le visite a domicilio di cui si conoscono già gli argomenti di discussione (per l’ennesima volta si ripeterà la stessa spiegazione e sempre con la stessa pazienza); per le richieste di aiuto a cui si è gia risposto almeno sei volte negli ultimi due anni e la cui risposta non piace tanto, e allora si spera cambi di volta in volta, ma invece resta la stessa e questo in fondo aiuta ad accettarla; per la bugia detta a chi ormai sa bene di non avere più speranza ma in fondo vuole che qualcuno gli dia l’illusione che questa speranza ci sia ancora…per tutto questo e molto altro.

Insomma un mese ricco di medicina e di umanità, non so neanche io di quale delle due sia stato più ricco, perché qui le due cose si intrecciano e si fondono, tanto da rendere difficile scinderle.

Forse è questa la vera essenza della medicina, perché non si può spezzettare il paziente in organi o apparati e dimenticare che sono parte di un’unità che corrisponde ad una persona, con paure, preoccupazioni, aspettative. Non è semplice, certo, ma accanto alla professionalità, che resta il presupposto irrinunciabile, oggi più che mai è necessaria l’attenzione all’uomo nella sua interezza e complessità. Chi lo sa se non sia proprio questa la strada da percorrere per farci accettare dal paziente come uomini a nostra volta e quindi per definizione non infallibili, ma comunque professionisti che cercano di dare il massimo pur consapevoli dei limiti propri e della medicina.

Questa esperienza mi ha ricordato il tipo di medico che voglio diventare. Credo che sarebbe una bella occasione per lo studente di medicina frequentare prima della laurea l’ambulatorio del medico di medicina generale, per non dimenticare che accanto alla medicina ospedaliera c’è un altro tipo di medicina, quella che segue il paziente non solo nell’evento acuto, ma anche prima e dopo e che non è fatta solo di esami ematici e strumentali ma anche di ascolto e di attenzione alle esigenze quotidiane.

 

Serena Scarlino

27 dicembre 2006  

 

 

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