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La presenza femminile nel mondo del lavoro è ormai divenuto un dato di fatto. Le donne sono ritenute brave, preparate, impegnate ma sono ancora molte le difficoltà di raggiungimento di posizioni apicali o di rilievo, in quasi tutti i campi, soprattutto in quello tecnico-scientifico.

Nel febbraio 2006   il World Economic Forum ha presentato una ricerca in cui si confrontano i trattamenti (in senso lavorativo, sociale, politico e come qualità della vita) delle donne rispetto agli uomini in 53 Paesi: l'Italia occupa il quarantesimo posto, dietro all’ Argentina, Cina e Federazione Russa, nonostante le pari opportunità siano scritte nella Costituzione.

Ma allora queste pari opportunità non esistono oppure esistono - durante la scolarizzazione e la socializzazione -   condizionamenti penalizzanti nelle scelte delle donne? Il divario di genere (gender gap) dipende dalla società o da motivazioni personali? Come nasce l’orientamento agli studi?

Lo “schema di genere”, sostengono gli psicologi,  inizia in tenera età; esso consiste in quel catalogo mentale di attributi fisici, gusti, interessi, modelli di comportamento e ruoli sociali che caratterizzano e differenziano gli uomini dalle donne. A partire dai due anni i bambini sono infatti in grado di riconoscere il sesso degli adulti; dopo poco tempo realizzano che maschi e femmine giocano e si vestono in maniera differente e che esistono oggetti domestici di diverse categorie (la cassetta del cucito e quella degli attrezzi, per esempio); a sei anni sono ormai in grado di riconoscere e adeguarsi a ciò che è maschile o femminile. Questo farebbe pensare che l’osservazione da parte dei bambini di una società prevalentemente gestita dagli uomini, influenzi  o determini una maggiore consapevolezza delle successive capacità di scelta e controllo.

Da uno studio condotto a gennaio 2006 dall’Osservatorio Scienza e Società su circa 500 giovani tra i 15 e 19 anni risulta però che in questa fascia di età, considerata cruciale per le scelte formative future, non esiste una chiara percezione di genere per le opportunità di studi e  professioni tecnico scientifiche. Nel campione interrogato il 61% delle donne e il 49% degli uomini si dichiara convinto che il sesso femminile sia “portato” alle discipline scientifiche quanto quello maschile, tanto che il 75% di entrambi i gruppi dichiara che incoraggerebbe i figli a impegnarsi in queste materie, indipendentemente se maschi o femmine. Dallo stesso studio risulta che solo il 5% delle donne e l’8% degli uomini è convinto che la scuola abbia un ruolo determinante nello spingere i maschi a studiare materie scientifiche, ridimensionando quindi la possibile ingerenza degli insegnanti nella successiva scelta scolastica.  Malgrado ciò i ragazzi caratterizzano con schemi di genere le materie “femminili” di stampo umanistico (lingue, filosofia, biologia, i cui atenei vedono l’83% di presenza femminile) da quelle “maschili” ( chimica, fisica, ingegneria ed economia, nelle cui università prevale la frequenza maschile). Va segnalato che il 75% degli intervistati riconosce il valore universale “asessuato” della musica, seguito a ruota dalla medicina (65%) e dalla matematica (61%) (ricordiamo che  la musica, per le sue caratteristiche di tecnica e armonia coinvolge entrambi gli emisferi cerebrali – il cui utilizzo prevalente si differenzia nei due sessi- per la sollecitazione sia della componente razionale/ritmica che emozionale/melodica).

Pare invece  cadere  il pregiudizio secondo il quale gli uomini hanno istintive e innate superiori capacità tecnologiche rispetto alle donne: in entrambi i sessi solo il 20% degli intervistati legge le istruzioni prima di utilizzare un nuovo mezzo tecnologico mentre  il 59% dei maschi e il 55 % delle femmine preferisce accenderlo e utilizzarlo (solo il 10% chiede aiuto agli amici).

Il 68% dei maschi e il 58% delle femmine intervistate ritiene però che il mondo della scienza sia ancora oggi dominato  dagli uomini: appare emergente la consapevolezza, nel 40% del campione e senza distinzione di sesso, che le difficoltà di carriera sono dovute alla difficile conciliazione dei ritmi e impegni di lavoro con la cura dei figli, evidenziando così l’ancora insufficiente supporto sociale a disposizione delle giovani mamme lavoratrici.

Dai dati raccolti, sebbene solo indicativi considerata la numerosità del campione in esame, emergono alcune considerazioni: tra i giovani cade il pregiudizio che le donne non siano portate alle discipline scientifiche ma rimane la convinzione che esistano schemi di genere nelle materie di studio, senza una particolare interferenza da parte della scuola nelle scelte dei singoli studenti; la cura e la crescita dei figli viene considerato oggi il fattore maggiormente limitante della presenza femminile nel mondo del lavoro, specie se in campo scientifico. Credo che l’integrazione e l’affermazione delle donne nelle materie tecniche come in tutte le professioni sarà possibile con percorsi diversi ma sinergici:  la famiglia può migliorare la percezione dei ruoli femminili e maschili, nel rispetto della diversità biologica e nella sempre maggiore consapevolezza-esperienza delle mamme che già lavorano senza rinunciare ad occuparsi dell’educazione dei figli. La scuola può migliorare il messaggio educativo favorendo la sensibilizzazione delle donne verso le materie scientifiche. La società può offrire i supporti adeguati che permettano impegno lavorativo e progressione di carriera pur avendo dei figli.  Credo che queste siano le basi per  scelte scolastiche consapevoli, migliore utilizzo delle potenzialità dei singoli e maggiore realizzazione delle donne nel campo del lavoro.

Maria Cristina Campanini

22 marzo 2006

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