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Alle pari
opportunità ci credono le donne? Strategia di
Lisbona, Consiglio Europeo di Bruxelles, è il momento delle riforme delle
politiche sociali su tutto il territorio nazionale ed europeo per favorire la
giusta collocazione e retribuzione femminile nel mondo del lavoro. Da anni la
giusta soluzione al problema questi argomenti rimbalza di Governo in Governo,
fino a produrre il programma poliarticolato
del 2007, anno europeo della pari opportunità per tutti. Forse è quel
“per tutti” che ci ha un po’ confuso. Dopo i primi dati esaltanti della
regione Lombardia, che dichiara con anticipo con orgoglio il raggiungimento in
anticipo degli obiettivi proposti dalla Comunità Europea e il proposito di
arrivare per il 2010 al tasso di occupazione femminile del 60% (la media
nazionale è ancora ferma al 47%) , vediamo però che dal 2006 al 2007 un
migliaio di lavoratrici lombarde si
sono dovute dimettere dal lavoro durante il primo anno di vita del bambino, per
scarsità di supporto sociale e per la conseguente impossibile conciliazione del
tempo lavoro-famiglia. Purtroppo, sempre nella regione Lombarda, il tasso di
disoccupazione femminile nel secondo trimestre 2008 è salito al 4.9% il tasso
di disoccupazione femminile rispetto al minor 2.9% maschile. Le donne
studiano di più e sono più brave e da una ricerca condotta dal CNEL nel 2008
risulta che l’effetto sul salario
di un anno di istruzione addizionale è pari a 1,5 % per le donne ed a 1,3 % per
gli uomini. L’istruzione consente dunque alle donne di attenuare solo in
minima parte il loro gap retributivo e la differenza salariale attuale per il
genere femminile può arrivare fino al 24% in meno nella classe dirigente (dati
Banca d’Italia). Si pensi poi che la
percentuale di working poors (cioè di quei lavori che non permettono di
garantire un sostentamento economico adeguato al proprio mantenimento) è ben
del 28% nelle donne contro il 16%
negli uomini. Non so se
questo dato possa essere un deterrente per smorzare l’entusiasmo femminile
verso il lavoro e le posizioni apicali, ma tant’è che sul territorio
nazionale ogni 100 uomini occupati 4 sono dirigenti e 8 quadri mentre su 100
donne occupate troviamo solo 4 quadri e nessun dirigente. La
condizione non migliora anche negli altri punti in cui l’Europa vorrebbe
vedere un costante incremento dell’attività femminile, quale ad esempio il
mondo della politica. L’Unione
Europea ha delineato una “roadmap per la parità tra uomini e donne 2006- Ad oggi, i numeri di questo settore sono sconfortanti.
Nelle 107 Province italiane, ci sono solo 7 donne con incarico di
Presidente, 13 donne vicepresidente e 10 donne presidenti di consiglio. In Italia le donne sindaco sono 774, per una percentuale
pari solo all’8,4% sul totale degli amministratori. L’esigua presenza di
donne sindaco è superiore alla media nazionale nell’area nord-est (11,6%),
nord-ovest (12%) e centro (9,8%), mentre le isole si attestano sotto la media
nazionale (7%); il Sud è fanalino di coda e sfiora appena il 4%. Meno del 14% è la percentuale di
donne che hanno seggio in Senato. Perfino la commissione educazione servizi infanzia del
Comune di Milano, che si potrebbe pensare istituto molto affine alla sensibilità
e capacità femminile è costituite solo
dal 16% di componenti donna. Un analogo
quadro desolante sui numeri di presenza femminile dobbiamo annoverare nella
ricerca, nella carriera universitaria e ospedaliera ed ordinistica. In un mondo
medico che tra meno di dieci anni sarà interpretato per l’80% da donne ancora
pochissime pensano sia indispensabile che il nostro Governo Professionale veda
una partecipazione femminile nei consigli dei propri Ordini che saranno presto
obbligati ad affrontare i problemi che la conciliazione dei tempi tra lavoro e
famiglia ripercuoterà sull’intero sistema sociale. L’interesse femminile
per le politiche ordinistiche èmolto bassa: una sola Presidente di Ordine a
Gorizia; 5 poi sono i vice-presidenti su oltre 100 Ordini dei Medici sul
territorio nazionale. Viene ripetuto ovunque che la sanità si sta
femminilizzando sempre più rapidamente, eppure anche alle passate elezioni per
il rinnovo delle cariche per l’Ordine dei medici e odontoiatri di Milano e
Provincia ha votato meno del 10% delle donne aventi diritto. Detto ciò
tuttavia non manca settimana in cui
non venga dedicato spazio dalla stampa e dalle istituzioni ampio spazio a
comitati, riunioni, presentazioni di progetti, linee guida, misure attuative,
strategie di sostegno, promozioni e interventi programmatici a favore delle
donne. Si producono
valanghe di parole, riunioni, e documenti firmati dalle stesse donne ma
evidentemente poco “sentiti” , forse per sfiducia, per scarsa conoscenza,
per atteggiamento rinunciatario o forse perché da troppo tempo le donne sono
comunque deluse e disilluse. Ma così
non si va da nessuna parte. Credo che sia
arrivato il momento di svegliarci da quel pessimismo che ci porta a non
partecipare, non votare, non esporci. Dai dati elaborati dalla FNOMCeO su fonti
EUROSTAT e ISTAT risulta che dove è maggiore la presenza delle donne in tutte
le istituzioni sociali, professionali e politiche, maggiori sono i sostegni e
gli investimenti a favore della donna che lavora e che ha una famiglia. In
Francia esistono rimborsi che
arrivano fino al 25% delle spese per i servizi all’infanzia; in Germania lo
stato versa un bonus di 154 euro a bambino, dalla nascita ai 18 anni di età,
mentre ai genitori viene dato un supporto che varia percentualmente allo
stipendio con valori da In Italia circa
l’1% del Pil è dedicato alle politiche sociali, e molta strada rimane ancora
da fare per superare l’attuale copertura nazionale del 10% dei posti
disponibili presso gli asili nido per
i bambini fino a due anni. E’ arrivato
davvero il momento di farci coraggio e proporci in tutte quelle sedi dove finora
altre persone hanno deciso come risolvere i nostri problemi. Il medico è quel
professionista che si occupa della salute umana, la
definizione di salute viene definita dall’OMS “uno stato di benessere
completo fisico, psichico e sociale” e non solo assenza di malattia. Solo se orienteremo
i nostri sforzi e il nostro impegno e presenza sul territorio verso questo
obiettivo riusciremo a proporre le modifiche necessarie a risolvere i problemi
femminili di tutti i giorni. Il
mancato utilizzo delle nostre capacità e dell’innato spirito organizzativo
femminile nel mondo sociale ritarda quella necessità
di adattamento che la società odierna richiede per utilizzare al meglio le
nostre risorse come lavoratrici e professioniste. Per
concludere con le parole della filosofa Luisa Muraro: “L’assenza delle donne
da certi luoghi non squalifica le donne, ma quei luoghi” Maria
Cristina Campanini Novembre 2008 |
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