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Esistono le pari opportunità, e soprattutto: hanno un senso e un risvolto pratico nella vita di tutti i giorni e nella nostra attività a prescindere dalle celebrazioni e dai dibattiti televisivi o sulla carta stampata?

Uno tra i principali motivi della distribuzione diseguale delle donne e degli uomini nel lavoro è la funzione affidata alla donna nell’ambito domestico.

La stessa Costituzione Italiana afferma che : “le condizioni di lavoro  devono consentire alla donna l’adempimento della sua essenziale funzione familiare”. È importante, quindi, elaborare nuovi modelli  di ruolo ed istituti sociali che permettano di conciliare carriera e famiglia rispecchiando esigenze e scelte specifiche delle donne.

Per l’Unione Europea  la democrazia è un valore fondamentale la cui realizzazione richiede la piena partecipazione e la rappresentanza di  donne e uomini  ai processi decisionali e alla vita economica di ogni paese. Ciò sta quindi a significare che l’uguaglianza delle opportunità ha come base il rispetto dell’individuo e la valorizzazione delle risorse umane e professionali dei singoli soggetti.

Eppure ancora oggi ci troviamo a discutere sul fatto che le donne lavorano ma hanno problemi già alla nascita del primo figlio. Guadagnano ma non come gli uomini. Fanno carriera ma rimangono al di sotto delle posizioni apicali.

Le basi culturali delle pari opportunità si basano su:

         Progettazione e sperimentazione di modelli organizzativi flessibili che abbiano ricadute positive per l’amministrazione stessa

         Accettazione delle differenze femminili come risorse e non come carenze rispetto al modello maschile

         Valorizzazione della intelligenza emotiva accanto a quella razionale

         Ridistribuzione dei ruoli familiari e professionali tra uomini e donne

L’esercito rosa è composto da 30.412.846 donne (ISTAT, gennaio 2007) che si dimostrano tenaci negli studi, brillanti nei risultati ma poi si scoloriscono strada facendo se si battono per accorpare pari risultati nella vita professionale e in quella privata.

La classifica mondiale della parità stilata dal World Economic Forum nel 2007 su 128 paesi  riporta l’Italia ancora all’84° posto .

Rispetto all’Europa ci piazziamo al penultimo posto (segue solo Malta)  come tasso di occupazione femminile: l’obiettivo fissato dal Consiglio di Lisbona per l’occupazione femminile auspicherebbe il 60% di impiego femminile (73.4% in Danimarca  prima in classifica e 46.3% in Italia, esclusa la regione Lombardia che rispetta le percentuali di impiego previste dall’Unione Europea).

Eppure in Italia il tasso di natalità  è basso rispetto all’Europa; i figli concepiti sono la metà di quelli progettati o desiderati dalle donne italiane.

C’è bisogno di maggiore aiuto e sostegno se vogliamo che le donne possano realizzarsi professionalmente e produrre figli come “bene della collettività”.  Il resto dell’Europa fa proprio così: servizi, profili di carriere diversi, congedi di paternità pagati al 100%, assegni ai nuovi nati. Nei paesi del nord Europa lasciare il lavoro per un anno per seguire il figlio  non ha costi.  Queste le prime fonti di aiuto che la società deve fornire tenuto conto che ha (almeno finora!) ancora bisogno delle donne se vuole riprodursi.

Lavoro e famiglia devono essere possibili in contemporanea e non come alternativa di vita: a oggi la Federmanager riporta che il 44% circa delle donne manager non ha figli,  il 38.5% è single e il 13.5% delle lavoratrici è costretta a lasciare il lavoro definitivamente dopo il primo figlio.

Una  recente intervista pubblicata dal settimanale “L’espresso” ad Alberto Alesina (e leggendo la proposta ringrazio il Cielo che venga da un uomo!!) , docente di Economia Politica all’Università di Harvard propone anche un’altra soluzione, discutibile ma realizzabile: defiscalizzare di un terzo il lavoro femminile, aumentando leggermente quella maschile per avere maggiore disponibilità economica con cui pagare servizi alle famiglie (teniamo conto che in Italia dai dati ISTAT risulta che una donna lavora in media 5 ore e 20 minuti al giorno per la propria famiglia contro 1 ora e 35 minuti degli uomini). 

Il prof Alesina afferma inoltre che la riduzione del carico fiscale servirebbe anche come incentivo per le assunzioni, riducendo così il costo del lavoro e aumentando gli stipendi netti. Le donne, avendo  così la possibilità di pagare i servizi necessari alla famiglia, avrebbero più tempo ed energia per dedicarsi al lavoro. In pratica aumentando il valore del lavoro femminile crescerebbe il potere contrattuale delle donne anche all’interno della  propria famiglia, con migliore adeguamento anche nella condivisione dei ruoli familiari.

Mi sembra che sia una proposta da discutere non fosse che per il fatto che, finalmente e per la prima volta, diamo un senso letterale  e pratico alle nostre “risorse femminili” che a oggi rimangono spesso solo teoriche.

 

Maria Cristina Campanini

aprile 2008

 

 

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