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L’Ordine
professionale ha il potere di emanare norme interne di deontologia
(letteralmente “dottrina dei doveri”), vincolanti per gli iscritti,
nell’ambito di un principio di autogoverno della professione stessa. Ogni
iscritto è tenuto ad osservare tali norme di comportamento e di etica
professionale, elaborate e raccolte in un Codice di Deontologia Medica.
L’iscrizione all’albo dei medici è peraltro un requisito imprescindibile
per poter esercitare la nostra professione che viene annoverata tra le
professioni intellettuali; questa comprendono tutte le attività
di natura prevalentemente intellettuale riguardanti determinati e specifici
settori operativi di interesse collettivo o di rilevanza sociale: il loro
esercizio richiede il possesso di particolari e idonei requisiti di formazione
culturale, scientifica e tecnica ed è caratterizzato da autonomia decisionale
nella determinazione delle modalità di perseguimento dei risultati, nonché
dall’assunzione di responsabilità dirette e personali in relazione alle
prestazioni svolte. Da
quanto sopra riportato si delinea quindi una figura di medico che può scegliere
il “bene” del proprio assistito libero da ingerenze e imposizioni esterne,
conscio del ruolo sociale conferito dalla professione che ha intrapreso,
disposto ad accettare le conseguenze
delle proprie scelte. Un medico che ha un rapporto responsabile ed esclusivo con
la persona di cui si prende cura, con la quale si interfaccia senza altri
intermediari se non la propria preparazione e coscienza. Dalla stessa
definizione riportata in corsivo possiamo quindi evincere la funzione
dell’Ordine come finalizzata alla sorveglianza del rispetto delle norme etiche
comportamentali di comune ispirazione e all’indirizzo di un corretto utilizzo
delle stesse. Sicuramente il significato di etica non si esaurisce nell’ambito
professionale ma si estende nel senso più ampio del termine come modalità di
vita sulla terra e quindi come radice, essenza dell’uomo, prima ancora che
come dovere. Allo stesso modo quindi l’Ordine (con le specifiche conseguenze
che lo Stato gli ha attribuito) è u garante reale e libero della nostra
professione. Questa sua particolare funzione oggi si rende ancora più
necessaria in uno Stato dominato dalla new economy che stabilisce la superiorità
etica della spesa sociale anche in ambito sanitario, valutata da funzionari e
tecnocrati su parametri di risparmio economico in funzione del welfare con
l’ipotetica inclusione nello stato sociale dei diritti di tutti i cittadini. Il
potere disciplinare dell’Ordine che si esercita non solo in via repressiva,
attraverso le sanzioni, ma anche in via educativa, sul piano etico, assume
quindi tanto più valore se consideriamo che viene trasmesso e affidato a medici
che, per il proprio mandato professionale, garantiscono maggiore efficacia,
incisività e credibilità al loro mandato istituzionale. E’
opinione condivisa dalla comunità medica che il nostro lavoro è oggi
condizionato in misura crescente da interessi superiori di elites
politico-finanziarie, nate sulla base di convenienze economiche e finalizzate e
mercificare l’individuo e a desocializzarlo. D’altra parte, nel confronto
quotidiano con i nostri assistiti, subiamo l’interferenza –spesso
destabilizzante del rapporto fiduciario- della diffusione di informazioni (e
disinformazioni) della materia medica, al punto da far apparire
l’atteggiamento paternalistico del medico come eccesso di autoritarismo,
favorendo una continua e sfinente negoziazione con il paziente su scelte
diagnostiche e terapeutiche. In
questo panorama che rende difficile fino ai limiti del possibile la nostra
attività, l’Ordine è il nostro riferimento come struttura autonoma che
tuteli la dignità del medico come persona e come interprete di un ruolo sociale
nel suo mandato di professione e vocazione. Tuttavia l’istituzione
dell’Ordine esclude qualunque atteggiamento di relativismo etico nel confronto
delle scelte professionali di ogni singolo iscritto e rappresenta dunque la
massima espressione dei beni e dei valori assoluti ed oggettivi che difende. Se
il nostro ragionamento fosse infatti sufficiente per garantire decisioni
costantemente “giuste”, non sarebbe necessario confrontarci con la cultura,
con la scienza, con la storia, né cercare un dialogo nel confronto reciproco di
successi e fallimenti professionali. L’Ordine
deve essere quindi inteso come istituzione che trascende la soggettività,
diventando il mezzo universale per la ricerca della correttezza “globale” di
comportamenti etici per se applicati al singolo soggetto. Tale istituzione
assume quindi una posizione forte e fondamentale per il riconoscimento e la
difesa del valore morale di tutti i medici che rappresenta, un orizzonte
oggettivo nel quale ognuno di noi possa riconoscersi. L’etica professionale che l’Ordine e i medici difendono comporta quindi una chiara definizione dei fini sociali e comunitari del nostro lavoro inteso come aspetto determinante di una società democratica, nel perseguimento della libertà personale del professionista che si realizza nella dimensione pubblica in cui quotidianamente opera, secondo scienza e coscienza. Maria Cristina Campanini marzo
2006
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