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Bollettino Ordine dei Medici 1/2006

La rosea svolta dell’arte medica

  Si ritiene che la parola “donna” possa derivare  dal termine latino “domna”, forma sincopata di “domina”, cioè “padrona”. Questa definizione appare oggi concretizzarsi nell’affermazione del mondo femminile in molteplici settori professionali e sociali, dalla politica al management, dall’industria alla medicina. Nel corso della storia,  già nelle antiche civiltà amerindie, africane ed eurasiatiche  troviamo   numerose testimonianze  di ruoli femminili come simbolo di equilibrio, sollievo e benessere della famiglia e della società, pur senza alcun ruolo lavorativo specifico.

Il ruolo della donna come “padrona” di un esercizio medico si realizza forse per la prima volta nell’antica civiltà azteca che identifica in poche elette la funzione di “guaritrice”. L’esercizio  della  medicina  era allora possibile solo per le donne in menopausa. Si pensava che il ciclo mestruale fosse responsabile di alterazioni comportamentali e di  eccessive variazioni di umore e che quindi le rendesse poco affidabili in età fertile.   E’  a tutti nota la derivazione del termine  isteria da “hysteron”, utero.

Nella storia della medicina si rileva che a partire dal 500  le cure delle patologie ostetriche e ginecologiche  cominciarono ad essere opera prevalente  delle  donne, a garanzia di una maggiore riservatezza. Erano però sempre presenti  molte limitazioni  di ruolo,  tra cui l’assoluto divieto d’ insegnare e di tramandare l’esercizio medico alle figlie femmine. Il cambiamento culturale e sociale per il percorso di affermazione femminile ha richiesto qualche secolo; nel corso di centinaia di anni le figure di donna che emergono nel mondo della medicina sono davvero poche:  intorno all’anno  1000  si delinea la persona di Trotula, una levatrice di  scuola salernitana  definita la  sapiens matrona”.  Nel 1370 si ricorda la dottoressa Vidimura , moglie di un rinomato medico catanese, abilitata a esercitare la professione in tutto il regno di Sicilia.  Un’ altra  figura storica femminile da ricordare è quella di Maria Dalle Donne, prima docente di ostetricia presso la Regia Università di Bologna. Si laureò nel 1799 e fu posta a dirigere la scuola delle levatrici sin dall’anno 1804. Gli ostacoli principali incontrati dalle donne che decidevano di dedicarsi all’arte medica provenivano sia dalla famiglia di origine, che riteneva la professione di medico di esclusiva pertinenza maschile, che da quella neoformata che intravedeva nel lavoro femminile una forte limitazione alla disponibilità di tempo da dedicare alla famiglia. Dopo un cammino iniziato quindi con fatica, il mondo femminile, a partire dai primi anni del 1900, si orienta sempre di più verso la professione di medico,   così che la   FNOMCeO  nel 1978 annovera nei suoi ruoli il 12% di donne, con un incremento numerico tanto veloce da raggiungere la quota del 30% 16 anni più tardi.

La data storica del sorpasso del numero di iscrizioni di donne alla facoltà di medicina in Italia è il 1995. Oggi  per ogni 10 laureati medici contiamo ben 7 donne e i  dati più recenti  dicono che nel 2005 nella fascia di età compresa tra i 25 e 35 anni le donne superano numericamente le presenze maschili del 23%. Ma perché oggi ci sono  tante donne  medico ?

Una possibile spiegazione  risiede nell’attuale progressivo recupero del concetto  di Medicina vissuta come  “ prendersi totalmente cura della persona sofferente”, in una specie di custodia e  di sorveglianza dell’altrui vita che richiede  un impegno e una dedizione noti per essere tipicamente femminili. L’empatia, la capacità di ascolto e di immedesimazione delle donne permettono un atto medico che favorisce un saldo rapporto di fiducia tra medico-paziente. L’applicazione pratica della  cura globale  si concretizza quindi in quelle doti di comprensione, mediazione e accettazione della fragilità umana che le donne posseggono da tempo più degli  uomini. Se la parola Medicina trae origine dal termine “medietas” e l’ “ars medica  è quindi alla costante ricerca del giusto mezzo, dell’equilibrio tra “ipo e iper”,  allora è certamente più facile che questa professione venga bene interpretata dai camici rosa. Da sempre le donne riescono a conciliare i ruoli familiari con gli impegni di lavoro ed oggi si impegnano nella  realtà di essere medici con maggior entusiasmo sviluppando spesso una migliore preparazione e più elevate capacità professionali.

Vero è che in Italia, rispetto ad altri paesi europei, c’è  più  strada da fare per il riconoscimento di una eguale dignità di ruoli, autonomia, suddivisione di compiti e responsabilità, adeguamento economico e di carriera.

La legge 125/91 sulle pari opportunità uomo-donna nel lavoro è nata per favorire l’occupazione femminile e realizzare “l’uguaglianza sostanziale tra uomini e donne nel lavoro anche mediante l’adozione di misure e denominate azioni positive per le donne, al fine di rimuovere gli ostacoli che di fatto impediscono di ottenere le pari opportunità”.  Questo traguardo però è ancora lontano, ma sarà tanto meno complesso quanto più saremo informate sulle nostre condizioni di lavoro e sulle difficoltà incontrate. Il dialogo, la reciproca comunicazione e un proficuo confronto  saranno alleati indispensabili per migliorare la  condizione professionale femminile senza  che sia necessario manifestare  ripicche  o  riduzione delle diversità biologiche  sui  colleghi maschi. Facciamo davvero nostro, amiche e colleghe, il significato più profondo e antico della parola “donna” con cui ho voluto aprire questo nostro spazio: oggi come nel passato <<domina>>,  padrona sì, ma solo di una professione migliore.

 

Maria Cristina Campanini

(6 febbraio 2006)

 

 

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