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La
rosea svolta dell’arte medica Il
ruolo della donna come “padrona” di un esercizio medico si realizza forse
per la prima volta nell’antica civiltà azteca che identifica in poche elette
la funzione di “guaritrice”. L’esercizio della
medicina era allora possibile
solo per le donne in menopausa. Si pensava che il ciclo mestruale fosse
responsabile di alterazioni comportamentali e di
eccessive variazioni di umore e che quindi le rendesse poco affidabili in
età fertile. E’ a
tutti nota la derivazione del termine isteria
da “hysteron”, utero. Nella
storia della medicina si rileva che a partire dal 500
le cure delle patologie ostetriche e ginecologiche
cominciarono ad essere opera prevalente
delle donne, a garanzia di
una maggiore riservatezza. Erano però sempre presenti
molte limitazioni di ruolo,
tra cui l’assoluto divieto d’ insegnare e di tramandare l’esercizio
medico alle figlie femmine. Il cambiamento culturale e sociale per il percorso
di affermazione femminile ha richiesto qualche secolo; nel corso di centinaia di
anni le figure di donna che emergono nel mondo della medicina sono davvero
poche: intorno all’anno 1000
si delinea la persona di Trotula, una levatrice di
scuola salernitana definita
la “sapiens
matrona”. Nel 1370 si ricorda La
data storica del sorpasso del numero di iscrizioni di donne alla facoltà di
medicina in Italia è il 1995. Oggi per
ogni 10 laureati medici contiamo ben 7 donne e i
dati più recenti dicono che
nel 2005 nella fascia di età compresa tra i 25 e 35 anni le donne superano
numericamente le presenze maschili del 23%. Ma perché oggi ci sono
tante donne medico ? Una
possibile spiegazione risiede
nell’attuale progressivo recupero del concetto
di Medicina vissuta come “
prendersi totalmente cura della persona sofferente”, in una specie di
custodia e di sorveglianza
dell’altrui vita che richiede un
impegno e una dedizione noti per essere tipicamente femminili. L’empatia, la
capacità di ascolto e di immedesimazione delle donne permettono un atto medico
che favorisce un saldo rapporto di fiducia tra medico-paziente. L’applicazione
pratica della “cura globale” si
concretizza quindi in quelle doti di comprensione, mediazione e accettazione
della fragilità umana che le donne posseggono da tempo più degli
uomini. Se Vero
è che in Italia, rispetto ad altri paesi europei, c’è
più strada da fare per il
riconoscimento di una eguale dignità di ruoli, autonomia, suddivisione di
compiti e responsabilità, adeguamento economico e di carriera. La
legge 125/91 sulle pari opportunità uomo-donna nel lavoro è nata per favorire
l’occupazione femminile e realizzare “l’uguaglianza
sostanziale tra uomini e donne nel lavoro anche mediante l’adozione di misure
e denominate azioni positive per le donne, al fine di rimuovere gli ostacoli che
di fatto impediscono di ottenere le pari opportunità”.
Questo traguardo però è ancora lontano, ma sarà tanto meno complesso
quanto più saremo informate sulle nostre condizioni di lavoro e sulle difficoltà
incontrate. Il dialogo, la reciproca comunicazione e un proficuo confronto
saranno alleati indispensabili per migliorare la
condizione professionale femminile senza
che sia necessario manifestare ripicche
o riduzione delle diversità
biologiche sui
colleghi maschi. Facciamo davvero nostro, amiche e colleghe, il
significato più profondo e antico della parola “donna” con cui ho voluto
aprire questo nostro spazio: oggi come nel passato <<domina>>, padrona
sì, ma solo di una professione migliore. Maria
(6
febbraio 2006)
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