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Pane, amore e meningococco

Una perplessità e un problema che non riesco a risolvere: in questi giorni, oltre all’imbarazzante problema dell’immondizia in Campania, siamo bombardati dai media dalla “epidemia” meningite.

In relazione ai casi registrati in queste ultime settimane, ed in particolare in Veneto, si ritiene utile fornire un quadro complessivo della situazione sia dal punto di vista epidemiologico che da quello della prevenzione e del controllo della malattia.

Si legge dal sito del Ministero della Salute: “Nonostante la meningite sia in costante diminuzione, ogni anno in Italia si verificano circa 900 casi di meningite batterica. Si tratta di una malattia infettiva grave, ma curabile, anche se si presenta con una mortalità significativa (14% dei casi), in particolare nella sua forma fulminante, come è accaduto nel caso del focolaio epidemico del Veneto provocato dal batterio Meningococco di gruppo C.

Dei 900 casi italiani circa un terzo è causato dal Meningococco (prevalentemente di gruppo C), un altro terzo da Pneumococco, mentre gli altri casi per oltre la metà erano causati dal batterio Emofilo, ormai sconfitto grazie alla vaccinazione specifica di massa dei neonati già attiva in Italia da 7 anni. L'altra metà (circa un sesto dei casi) è invece causata da diversi batteri.

In Italia il tasso di incidenza di meningite meningococcica, che è quella più contagiosa, è tra i più bassi in Europa.

Negli ultimi 7 anni si sono registrati in Italia 447 casi di meningiti da meningococco di gruppo C con 63 decessi (14%). Dal gennaio al settembre di quest'anno sono stati notificati 20 casi di meningite C e 2 decessi (non includendo quelli attuali): dopo un rapido aumento dei casi in Italia tra il 2000 ed il 2005 c'è stata una significativa riduzione dei casi nel 2006-2007, molto presumibilmente attribuibile all'incremento dell'offerta vaccinale specifica.  

Si ricorda che il meningococco è un germe abitualmente presente in una significativa proporzione di soggetti che ne sono portatori, in oltre il 10% degli individui è infatti presente, nelle prime vie respiratorie, senza dare alcun problema; meno dell'1% degli infetti ha invece un rischio concreto di sviluppare la malattia.

Almeno 2/3 dei casi in Italia sono segnalati come sporadici, mentre non sono rari piccoli focolai epidemici (cosiddetti 'cluster'): negli ultimi 7 anno abbiamo avuto in Italia 48 piccoli cluster definiti come almeno 2 casi nell'arco di 30 giorni in un raggio di 50 Km (2-5 casi) di questa malattia. La stragrande di questi cluster si è verificata nelle Regioni del centro-nord.

La maggioranza delle persone, quindi, non sviluppa la malattia e solo in casi rari il meningococco supera le difese dell'organismo provocando la meningite.”

Non parrebbero esserci quindi problemi, né rischi aumentati, né motivi di allarmismo; tutto sotto controllo, nessuna epidemia, nessun motivo di panico; anche un possibile aumento di casi è controllabile con la vaccinazione e la prevenzione antibiotica.  

Il panico però c’è. Se ne sente parlare in tivù, alla radio, sui giornali…la gente si agita, ha paura, vuole sapere e curarsi… parola di medico di famiglia.

La richiesta più frequente è quindi relativa alle modalità di vaccino, immediato, rapido, anche a pagamento, perché si sa che la salute non ha prezzo.

Mi informo quindi presso le farmacie di riferimento di zona (Milano centro): la risposta è unanime: il vaccino esiste, costa circa 60 euro ma non è disponibile perché i fornitori delle farmacie non lo distribuiscono. Quindi il vaccino non c’è.

Chiamo quindi i centri vaccinali ma, per i motivi sopra esposti, le linee sono occupatissime e dopo una mattina di tentativi desisto.

Fortunatamente ho il cellulare di una responsabile di distretto ASL, che riesco a contattare e che molto gentilmente mi informa che i tempi di attesa per la vaccinazione antimeningococco sono attualmente di circa 40 giorni.

Mi e vi domando: perché diffondere allarmismo se, almeno a Milano, non ci sono mezzi e persone sufficienti per porre rimedio? Cui prodest? Perché invece di impiegare personale amministrativo a effettuare mortificanti (per chi li fa e chi li subisce) controlli  telefonici svernando con la cornetta in mano per essere sicuri che i medici di famiglia fossero presenti in studio l’ultimo dell’anno o la vigilia di Natale (con ambulatori ovviamente deserti), perchè i responsabili del personale ASL o i vertici regionali non utilizzano la stessa efficienza e capacità manageriale per organizzare una task force di medici che possano rendere più ragionevoli i tempi di vaccinazione (sempre che il problema esista)?

Maria Cristina Campanini

Gennaio 2008

 

 

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