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Una pillola al giorno toglie il medico di torno

Mi riallaccio alla penosa e angosciante vicenda dei 564 medici di famiglia lombardi (i cui nominativi non sono ancora oggi noti) accusati di essere degli scialacquatori di denaro pubblico in quanto iperprescrittori rispetto alla media degli altri colleghi (purtroppo anche la formula matematica in base alla quale la Guardia di Finanza ha calcolato lo “sperpero” non è nota).

Ho ricevuto una lettera di un mio paziente di 75 anni, ex insegnante di liceo, cardiopatico, che ho in cura dal 1993. Non viene spesso perché ora abita  lontano dal mio ambulatorio, non guida la macchina e deve prendere diversi mezzi per raggiungere lo studio, ma non cambia medico per il rapporto di fiducia che negli anni si è instaurato (dobbiamo stare attenti a dire queste cose perché è possibile che ci mettano un budget anche sulla quantità di affetto annua che possiamo riversare sui singoli assistiti).

Mi ha spedito la fotocopia di un articolo del Corriere della Sera del 15 marzo u.s. a firma di Adriana Bazzi, dal titolo: “Colesterolo, una pillola al giorno ripulisce le arterie (lo studio: un farmaco riduce le placche nelle coronarie: così diminuisce il rischio di infarto. L’esperimento su 500 persone presentato al congresso dei cardiologi di Atlanta. L’aterosclerosi non sarà più irreversibile)”. Questo il titolo in grassetto; segue il testo, nel quale si caldeggia l’utilizzo di una dose doppia di rosuvastatina (che non è un “nuovo” farmaco essendo in commercio da molto tempo), se ne sottolinea l’efficacia come farmaco alternativo alla chirurgia addirittura mostrando la riduzione della placca attraverso un’ecografia intravascolare (esame non propriamente di routine nei pazienti affetti da dislipidemia), minimizzando gli effetti collaterali segnalati come poco rilevanti e occasionali. Dopo aver sostenuto in ripetuti passaggi che  tale trattamento costituisce la svolta epocale della terapia anti-aterosclerotica, al termine dell’articolo si legge (per gli addetti ai lavori) che lo studio si riferisce a un gruppo selezionato di coronaropatici, mentre il messaggio più evidente è che “non importa se il suo colesterolo è alto o basso, perché lo studio dimostra che più si abbassano i livelli del colesterolo LDL, più si riduce la placca”. Sembrerebbe quindi addirittura un farmaco preventivo, da assumere anche se il colesterolo è basso, se non vuoi morire di infarto o diventare “aterosclerotico” .

Il mio paziente mi chiede se può prenderlo anche lui, questo farmaco miracoloso (lo fa con garbo e gentilezza come di consueto, ma mi aspetto altri pazienti che mi chiederanno per quale motivo non ho usato il farmaco su di loro o sui loro parenti, e che il farmaco lo vogliono come prevenzione e pure con la mutua, e se ho letto l’articolo, e se seguo le trasmissioni sulla salute alla domenica sera, che spiegano le novità visto che io non le so….). Questa non è una dissertazione scientifica sull’indubbia utilità clinica delle statine nella terapia della dislipidemia.

Non voglio neanche questionare sul costo del farmaco,  sulla leggerezza con cui si minimizzano gli effetti collaterali (qualcuno si ricorda lo scandalo di un’altra statina, la cerivastatina?), né sul fatto che si propone come novità un prodotto che nuovo non è, o che lo si propone come di utilizzo universale e scopo preventivo. Non voglio insistere sulle infinite ed estenuanti negoziazioni col paziente che pretende il farmaco “con la mutua” e mostra ben poco interesse alle note aifa, sulla disinformazione ricevuta dai media, sui mesi di attesa per ottenere il piano terapeutico, sui budget e su tutto quel percorso di guerra che è diventato il nostro pane quotidiano in ambulatorio.

Questa modalità di diffusione delle informazioni riguardanti la salute è uno (tra i tanti) sistemi che incrinano il rapporto di fiducia medico-paziente.

Credo che sarebbe più utile per i  pazienti leggere articoli di medicina preventiva, di educazione sanitaria, di quanto si può fare mentre si sta bene per contenere il rischio di stare male, lasciando il delicato e difficile compito del “prendersi cura” al proprio medico che conosce la storia clinica e personale dei propri assistiti. Credo che potrebbe essere ora di smetterla di togliere il valore etico del nostro lavoro e sostituirlo con un mero compito amministrativo basato su indici di spesa e medie matematiche. Credo chiunque preferisca farsi curare secondo scienza e coscienza e non secondo calcoli di risparmio (attenzione, gli sprechi sono un’altra cosa!). Credo che andrebbe rinforzato il rapporto con il proprio medico di famiglia per riprenderci quel  ruolo e quella dignità professionale che ci spettano, alla faccia degli avvisi di garanzia che riceviamo e dei dileggiamenti sui giornali.

 

Maria Cristina Campanini

29 marzo 2006  

 

 

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