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Conciliare scelte
produttive e lavorative significa non dover subordinare una scelta all’altra.
Dai risultati di un’indagine Istat sulle neomamme emerge, tuttavia, che il
diritto è solo teorico per molte donne.
Le donne italiane vorrebbero avere due o più figli, ma la
maggior parte di esse si ferma ad uno solo, a causa della conciliazione
ancora impossibile tra famiglia e lavoro. Lo ha rivelato la prima indagine
che traccia l’identikit della madre lavoratrice e non, realizzata dall’Istat
nel 2002 su 50.000 neo-mamme.
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Nel nostro paese
da quasi trent’anni ormai il numero medio dei figli per donna è sotto i due:
eppure le donne italiane non rifiutano la maternità, dato che l’80 per cento
delle attuali quarantenni ha avuto almeno un figlio e molte dichiarano che
vorrebbero allargare ulteriormente la propria famiglia. Cosa si frappone
allora tra fecondità desiderata e fecondità effettivamente realizzata?
br> L’interazione maternità-lavoro è uno dei nodi critici che le neomadri
si trovano a dover affrontare. Il punto di incontro potenziale tra lavoro e
famiglia dovrebbe vedere le donne, e le coppie, perfettamente in grado di poter
scegliere in base alle proprie aspettative e ai progetti di vita familiare e
professionale. Eppure non è così: il 6 per cento delle donne che lavoravano
in gravidanza è stata licenziata, in alcuni casi il loro contratto è
terminato oppure è cessata l’attività del datore di lavoro; più numerose
sono invece le donne che decidono di abbandonare il lavoro alla nascita del
figlio, per gli orari inconciliabili con i nuovi impegni familiari.
Lasciare il lavoro è, nell’intenzione di molti madri, una scelta momentanea,
che può però comportare un rischio elevato di non reinserirsi nel mondo del
lavoro o di rimanerne a lungo al di fuori.
L’Istat ha rilevato che lavora il 63,2 per cento delle neo-madri residenti
al Centro Nord e solo il 32,5 per cento delle donne del Mezzogiorno. Lavora
il 76 per cento delle donne laureate e solo il 32 per cento di quelle con
licenza media o elementare. Infine, le neo-madri con un solo figlio sono in
prevalenza occupate (57 per cento), mentre la proporzione scende al 44,7 per
cento per le donne con due o più figli. Le madri che lavorano hanno fornito una
valutazione soggettiva sull’esistenza o meno di ostacoli che si frappongono
alla conciliazione dei tempi del lavoro con quelli familiari e, più in
generale, di vita. Gli aspetti più critici dell’ocupazione svolta
risultano la rigidità nell’orario di lavoro e lo svolgere turni, lavorare
la sera e nel fine settimana. Aumentano le difficoltà per le madri con età
più elevata, con più figli e con un’istruzione più elevata, che lavorano a
tempo indeterminato e full-time.
Tutte le mamme che lavorano si trovano a dover affrontare il problema di
trovare un equilibrio tra i due ruoli. Che strategie usano? Ricorre al part
time, il 43 per cento delle madri che risiedono al Centro-Nord e il 31 per
cento di quelle del Mezzogiorno. Questo tipo di contratto è un importante
strumento di conciliazione, soprattutto se volontario e reversibile, che
consente di conciliare famiglia e lavoro. Resta però il rischio di lasciare
o perdere il lavoro dopo la nascita del figlio, che è quasi del 70 per
cento per le madri che lavorano part-time contro il 16 per cento delle
lavoratrici full-time. I contratti a tempo parziale, infatti, sono più
frequentemente di tipo temporaneo o occasionale, rispetto a quelli a tempo
pieno. Esiste inoltre una quota di part-time “subìto” e non scelto, che
rappresenta per le donne un ripiego rispetto ad una occupazione a tempo pieno
difficile da trovare. Questo è vero soprattutto per le donne del Mezzogiorno e
per quelle in condizioni professionali medio-basse.
(spazio donna)

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