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Vi è mai capitato di inviare un’e-mail a un collega seduto su una scrivania distante solo qualche metro dalla vostra? Se la risposta è si, attenzione, potrebbe essere il prodromo di una vera e propria patologia.

 

Può sembrare uno scherzo, ma lo spunto arriva da un recente articolo del New Scientist, in cui si sostiene che esista un numero sempre crescente di patologie indotte da “abuso di web”; l’utilizzo delle nuove tecnologie come mezzo principale e prevalente di comunicazione può portare dipendenze che hanno come conseguenza quello di creare una nuova tipologia di soggetto sociale: nevrotico, insicuro e sempre alla ricerca della propria popolarità virtuale, al punto di sentirsi “vivo” solo se “esistente in rete”. La popolazione di età tra i 24 e 44 anni utilizza internet per quasi 18 ore alla settimana, circa il 30%in più rispetto al tempo dedicato alla televisione. Si passa più tempo davanti al pc che per praticare sport o dedicarsi ad altri passatempo, fino a ridurre il tempo dedicato agli amici e familiari. Il fatturato pubblicitario ottenuto con promozioni sul web a gennaio 2007 è cresciuto del 43% in più rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Le nuove malattie “virtuali” si chiamano crackberry (irresistibile tentazione di inviare e-mail e chattare da qualsiasi posto e momento), blog streaking (mania di svelare segreti e informazioni che altrimenti si sarebbero tenute segrete), wikipediholism (eccessiva dedizione nel fornire nuove informazioni per ampliare le voci di wikipedia, l’enciclopedia virtuale del web; ci sono circa 2400 wikipedians che hanno editato oltre 4000 pagine ciascuno), cyberchondria (continue ricerche sul web per approfondire sintomi e segni di presunte o diagnosticate patologie), egosurfing (ricerca esasperata on-line del proprio nome per vedere dove, da chi e quanto è presente nella rete), infornography (impellenza di ottenere e condividere informazioni on-line); google stalking (caccia alle informazioni virtuali su amici o conoscenti persi di vista nel corso degli anni), my space impersonation (una sorta di “ma lei non sa chi sono io” in versione social network), powerpointlessness (non riuscire a esprimere o capire  un concetto se non tramite diapositive prodotte con il programma power point), photolurking (una specie di foto-pettegolezzo che consiste nel guardare l’album on-line delle foto di persone mai conosciute).

Un articolo pubblicato qualche mese fa su “il Sole 24 ore” ha riportato i risultati di una ricerca svolta presso il Dipartimento di Neuroscienze Cliniche e Psicologia a Palermo su 1334 adolescenti di età compresa tra i 13 e 19 anni evidenzia che oltre un terzo di essi presenta disfunzioni comportamentali etichettate sotto il nome di sindrome di Hikkomori. I tratti psicologici comuni in questa sindrome sono fragilità emotiva, depressione e incapacità progressiva di controllare le proprie emozioni con subentrante e ingravescente dipendenza dal cellulare (telefonate e sms) e dal web. Attenzione però, non stiamo parlando di dipendenza da un mezzo tecnologico che ci facilita e velocizza le modalità comunicative interpersonali, ma da quanto questo diventi l’unico mezzo per avere una relazione sociale; il ragazzo che usa eccessivamente sms, e-mail, chat o blog non dipende dal web ma da quanto la tecnologia gli permette di fare e cioè condividere un’idea, un’esperienza, fare gruppo, interagire con il mondo esterno, crescere. Questo può diventare patologico se risulta, con l’andar del tempo, l’unica forma di comunicazione e di relazione accettabile. Secondo gli specialisti che si sono occupati delle interazioni uomo-computer, la mancanza di indicazioni quali la mimica facciale o il linguaggio corporeo nelle comunicazioni elettroniche, possono portare a super-compensare e quindi a riempire il vuoto con informazioni addirittura eccessivamente riservate. Questo spiega perché molti blogger riescono a fornire informazioni assolutamente riservate e personali che non rivelerebbero in altre condizioni ambientali, quali in una stanza con altre persone. E’ anche vero che le inclinazioni caratteriali hanno influenza sul comportamento on-line; in uno studio di prossima pubblicazione gli psicologi hanno chiesto ad alcune persone di liberare le proprie emozioni dando loro la possibilità di esprimersi in un blog o in un documento word; è risultato – abbastanza logicamente – che  chi ha preferito il blog come mezzo espressivo era caratterialmente molto più estroverso rispetto a chi ha scritto su un documento word. Pare quindi che si inizi a studiare il rapporto e sue eventuali disfunzioni tra comportamenti della vita reale e in quella virtuale, evidenziando purtroppo talora che la tendenza prevalente è quella di cercare se stessi su google piuttosto che ricercare relazioni umane  con chi ci circonda.

E’ pur vero che bisogna partire dal presupposto che, come dicono gli esperti, si può diventare dipendenti da qualunque cosa si faccia a patto che questa procuri una gratificazione costante; mi sembra però che il rischio di patologie da web sia direttamente proporzionale alla povertà interiore di un mondo di persone sempre più sole, incapaci di socializzare nel senso più completo del termine e sempre meno affettive. Un mondo che non vorremmo esistesse, come tutte le cose virtuali.

Mala tempora cucurrunt.

Maria Cristina Campanini

15 marzo 2007 

 

 

 

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