Una
ricerca su 'Disagio giovanile e attacchi di panico' realizzata a Torino
dall'Associazione per la ricerca sulla depressione parla di dati molto più
allarmanti: il 33% dei giovani tra i 18 e i 25 anni soffrirebbe di
attacchi di panico (si stima intorno al 2% la percentuale di tale
patologia nella popolazione generale).
Da
quanto pubblicato dall’OMS si conferma che anche la depressione è più
comune tra le donne (fino al 25%), con esordio durante l’adolescenza e
tassi di prevalenza e di incidenza femminile più alti (17%) proprio in
questa fascia di età. In Italia circa 4 milioni di donne e 2 di uomini
adulti assumono stabilmente psicofarmaci.
Molti
i possibili fattori di rischio: modificazioni ormonali correlate alla
pubertà, predisposizione genetica, biologica e di “genere”,
depressione della madre, eventi stressanti, violenze e abusi sessuali ( i
dati sono tanto sottostimati quanto raccapriccianti, con percentuali da 10
al 28%), perdita di un legame sentimentale o fallimento negli studi (il
suicidio è la terza causa di morte nei giovani secondo i dati
dell’American Academy of Pediatrics), caratteristiche della personalità
e bassa autostima.
Ma
questo abuso di psicofarmaci indica in qualche modo una specie di
desiderio di imitazione del mondo degli adulti o sottende un reale
disadattamento? E’ così difficile per i ragazzi riuscire a comunicare
la fatica di crescere e trovare una soluzione che non sia farmacologica?
(quando non si fa ricorso anche ad alcool e stupefacenti o ci si ammala di
anoressia, non più appannaggio delle classi sociali elevate ma fenomeno
quintuplicato tra le adolescenti di qualunque ceto osservate negli ultimi
decenni).
Il
consumo di pillole alla ricerca del benessere e per combattere l’ansia
non appare continuativo, con un utilizzo medio di 3-4 scatole per anno
(prevalentemente di sertralina o paroxetina) , suggerendo così
l’impiego “on demand” per affrontare stress, ansia, impegni
scolastici, delusioni sentimentali e problemi familiari.
Nel
corso degli ultimi decenni parrebbero in deciso aumento le capacità di
emancipazione femminile nella scuola e nel lavoro, con un ingresso delle
giovani anche in campi ritenuti tradizionalmente maschili: risulta così
in netto calo il numero di iscritte alle magistrali e ai licei linguistici
a favore di istituti tecnici, licei scientifici e scuole professionali. Il
percorso universitario vede poi quasi
un 30 % di iscritte a ingegneria, 70% a medicina e chirurgia, 47% ad
economia e commercio (dati ISTAT).
L’impegno
e le capacità si rispecchiano nei risultati scolastici: nella scuola
media inferiore le bocciature riguardano solo l’1.8% delle ragazze
contro il 4.4 dei ragazzi e così pure la percentuale di ripetenti maschi
alle superiori è doppia rispetto alle ragazze. Analogo andamento si
osserva per la costanza nell’applicazione agli studi: 84 ragazze su 100
concludono la scuola superiore contro 73 ragazzi; anche nel periodo
universitario rimangono “in corso” più donne che uomini, laureandosi
con voti superiori.
Se
guardiamo il tempo dedicato alle attività di svago, le ragazze di età
tra i 15 e 19 anni frequentano il cinema più dei loro coetanei (88% vs
82%), ma anche il teatro (30% vs 19%), mostre e musei (48.5% vs 35.5%; su
questo dato l’aumento percentuale nelle ragazze ha subito un balzo in
avanti di 16 punti negli
ultimi 10 anni), concerti di musica classica (44% vs 41%).
Il
mondo delle giovani ragazze appare anche più interessato alla lettura di
libri (66% vs 43% dei coetanei), mentre pari è l’utilizzo di un
personal computer e la navigazione nel web (con un trend in ascesa però
per le donne che utilizzano internet più degli uomini).
Tutto
questo pare non sia sufficiente a colmare il vuoto interiore e la
sensazione di solitudine delle adolescenti.
Sebbene
la successiva integrazione nel mondo del lavoro sia in miglioramento, essa
appare non ancora adeguata e
livellata rispetto al mondo maschile. Cresce infatti l’occupazione
femminile, ma a fronte di brillanti successi nella formazione non
corrispondono pari ricompense economiche: la differenza mensile di
stipendio per le diplomate che
svolgono un lavoro continuativo è di circa 125 euro al mese (in meno per
le donne) e di circa 200 euro per le laureate, professioni intellettuali e
tecniche, forse per una maggior difficoltà di accesso rispetto agli
uomini ai posti di lavoro meglio retribuiti.
Fattori
predisponenti – individuali, familiari, culturali – e fattori
scatenanti, uniti forse a forze contraddittorie quali la spinta al
successo , alla competitività e all’indipendenza da una parte e all’
incompleta possibilità di realizzarsi come iniziative e autonomia
dall’altra, possono creare questa sensazione di inadeguatezza,
confusione e frammentazione che, in una società dove il tempo scorre
velocissimo, si pensa forse di poter risolvere, in solitudine, con qualche
pillola.
Quali
le possibili soluzioni?
Come
sempre la prevenzione riveste un ruolo fondamentale, attraverso
l’integrazione di medici - servizi sanitari specializzati e
l’istituzione scolastica (con il maggior supporto familiare compatibile
in base alle possibilità di tempo e alle capacità di ascolto dei
genitori) e lo sviluppo di programmi atti a migliorare l’inserimento
sociale, ambientale e familiare dei giovani. Ascoltare e porre attenzione
ai sintomi di disagio come indicatori di disequilibrio fisico-psichico e
sociale. Atteggiamenti assertivi e di interpretazione/controllo,
promozione, stimolo, supporto, potranno forse essere di aiuto ai giovani
per riacquistare la consapevolezza della difficoltà oggettiva del
percorso futuro, permettendo però loro la ripresa del controllo personale
su di esso quale unica arma vincente per la propria realizzazione.
Maria
Cristina Campanini
Gennaio
2007