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Dai dati pubblicati sul Corriere della Sera di pochi mesi fa emerge una realtà inquietante: su circa 17.500 adolescenti di età compresa tra  14 e 17 anni che vivono a Milano, circa 1000 abusano di psicofarmaci; la fascia di età considerata a maggior rischio è tra 14 e 15 anni ed è possibile che il dato numerico sia ancora sottostimato, risultando quintuplicato il numero delle prescrizioni di psicofarmaci dal 2000 a oggi. Questo per quanto riguarda il mondo femminile, anche se il malessere tra i ragazzi ambosessi pare essere in crescita vertiginosa, così come la difficoltà di affrontare o adattarsi ai problemi quotidiani.

Una ricerca su 'Disagio giovanile e attacchi di panico' realizzata a Torino dall'Associazione per la ricerca sulla depressione parla di dati molto più allarmanti: il 33% dei giovani tra i 18 e i 25 anni soffrirebbe di attacchi di panico (si stima intorno al 2% la percentuale di tale patologia nella popolazione generale).

Da quanto pubblicato dall’OMS si conferma che anche la depressione è più comune tra le donne (fino al 25%), con esordio durante l’adolescenza e tassi di prevalenza e di incidenza femminile più alti (17%) proprio in questa fascia di età. In Italia circa 4 milioni di donne e 2 di uomini adulti assumono stabilmente psicofarmaci.

Molti i possibili fattori di rischio: modificazioni ormonali correlate alla pubertà, predisposizione genetica, biologica e di “genere”, depressione della madre, eventi stressanti, violenze e abusi sessuali ( i dati sono tanto sottostimati quanto raccapriccianti, con percentuali da 10 al 28%), perdita di un legame sentimentale o fallimento negli studi (il suicidio è la terza causa di morte nei giovani secondo i dati dell’American Academy of Pediatrics), caratteristiche della personalità e bassa autostima.

Ma questo abuso di psicofarmaci indica in qualche modo una specie di desiderio di imitazione del mondo degli adulti o sottende un reale disadattamento? E’ così difficile per i ragazzi riuscire a comunicare la fatica di crescere e trovare una soluzione che non sia farmacologica? (quando non si fa ricorso anche ad alcool e stupefacenti o ci si ammala di anoressia, non più appannaggio delle classi sociali elevate ma fenomeno quintuplicato tra le adolescenti di qualunque ceto osservate negli ultimi decenni).

Il consumo di pillole alla ricerca del benessere e per combattere l’ansia non appare continuativo, con un utilizzo medio di 3-4 scatole per anno (prevalentemente di sertralina o paroxetina) , suggerendo così l’impiego “on demand” per affrontare stress, ansia, impegni scolastici, delusioni sentimentali e problemi familiari.

Nel corso degli ultimi decenni parrebbero in deciso aumento le capacità di emancipazione femminile nella scuola e nel lavoro, con un ingresso delle giovani anche in campi ritenuti tradizionalmente maschili: risulta così in netto calo il numero di iscritte alle magistrali e ai licei linguistici a favore di istituti tecnici, licei scientifici e scuole professionali. Il percorso universitario vede poi  quasi un 30 % di iscritte a ingegneria, 70% a medicina e chirurgia, 47% ad economia e commercio (dati ISTAT).

L’impegno e le capacità si rispecchiano nei risultati scolastici: nella scuola media inferiore le bocciature riguardano solo l’1.8% delle ragazze contro il 4.4 dei ragazzi e così pure la percentuale di ripetenti maschi alle superiori è doppia rispetto alle ragazze. Analogo andamento si osserva per la costanza nell’applicazione agli studi: 84 ragazze su 100 concludono la scuola superiore contro 73 ragazzi; anche nel periodo universitario rimangono “in corso” più donne che uomini, laureandosi con voti superiori.

Se guardiamo il tempo dedicato alle attività di svago, le ragazze di età tra i 15 e 19 anni frequentano il cinema più dei loro coetanei (88% vs 82%), ma anche il teatro (30% vs 19%), mostre e musei (48.5% vs 35.5%; su questo dato l’aumento percentuale nelle ragazze ha subito un balzo in avanti di 16  punti negli ultimi 10 anni), concerti di musica classica (44% vs 41%).

Il mondo delle giovani ragazze appare anche più interessato alla lettura di libri (66% vs 43% dei coetanei), mentre pari è l’utilizzo di un personal computer e la navigazione nel web (con un trend in ascesa però per le donne che utilizzano internet più degli uomini).

Tutto questo pare non sia sufficiente a colmare il vuoto interiore e la sensazione di solitudine delle adolescenti.

Sebbene la successiva integrazione nel mondo del lavoro sia in miglioramento, essa appare  non ancora adeguata e livellata rispetto al mondo maschile. Cresce infatti l’occupazione femminile, ma a fronte di brillanti successi nella formazione non corrispondono pari ricompense economiche: la differenza mensile di stipendio  per le diplomate che svolgono un lavoro continuativo è di circa 125 euro al mese (in meno per le donne) e di circa 200 euro per le laureate, professioni intellettuali e tecniche, forse per una maggior difficoltà di accesso rispetto agli uomini ai posti di lavoro meglio retribuiti.

Fattori predisponenti – individuali, familiari, culturali – e  fattori scatenanti, uniti forse a forze contraddittorie quali la spinta al successo , alla competitività e all’indipendenza da una parte e all’ incompleta possibilità di realizzarsi come iniziative e autonomia dall’altra, possono creare questa sensazione di inadeguatezza, confusione e frammentazione che, in una società dove il tempo scorre velocissimo, si pensa forse di poter risolvere, in solitudine, con qualche pillola.

Quali le possibili soluzioni?

Come sempre la prevenzione riveste un ruolo fondamentale, attraverso l’integrazione di medici - servizi sanitari specializzati e l’istituzione scolastica (con il maggior supporto familiare compatibile in base alle possibilità di tempo e alle capacità di ascolto dei genitori) e lo sviluppo di programmi atti a migliorare l’inserimento sociale, ambientale e familiare dei giovani. Ascoltare e porre attenzione ai sintomi di disagio come indicatori di disequilibrio fisico-psichico e sociale. Atteggiamenti assertivi e di interpretazione/controllo, promozione, stimolo, supporto, potranno forse essere di aiuto ai giovani per riacquistare la consapevolezza della difficoltà oggettiva del percorso futuro, permettendo però loro la ripresa del controllo personale su di esso quale unica arma vincente per la propria realizzazione.

 

Maria Cristina Campanini

Gennaio 2007

 

 

 

 

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