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Vorrei che
qualcuno mi aiutasse a capire. Leggo, ormai senza neanche più eccessivo stupore, che il Ministro Turco in occasione del Congresso Nazionale della FIMMG tenutosi a Villasimius ha annunciato un nuovo patto con i medici di famiglia. Bene, ho pensato peccando di ottimismo: il Ministro ha preso atto che forse 80 centesimi alla settimana come compenso pro-capite per i medici di medicina generale sono un po’ pochini e vuole porre rimedio. Proseguo nella lettura e mi accaloro: il Ministro ci chiede di costruire insieme un “nuovo patto” che abbia come centro la definitiva affermazione della medicina del territorio. E’ fatta – rifletto con sollievo – abbiamo finalmente un interlocutore che porrà fine a questo Accordo Collettivo Nazionale capestro e perdipiù scaduto da una decina di mesi. Il primo
momento di sconforto sopraggiunge però quasi immediatamente, nelle parole
successive del comunicato: il Ministro vuole
che “i medici di famiglia compiano atti concreti per rendere effettivo il loro
coinvolgimento nella grande sfida per costruire il secondo pilastro della sanità”.
Prescindendo dal fatto che ignoro quale sia il primo (pilastro) e chi l’abbia messo in piedi, l’unica sfida che attualmente mi vedo in grado di reggere è quella della “resistenza”. L’atto concreto che ci viene richiesto noi lo compiamo tutti i giorni quando iniziamo a visitare i pazienti a casa, lo proseguiamo appena apriamo la serratura della porta del nostro ambulatorio e lo concludiamo quando andiamo a casa alla sera ringraziando di essere sopravvissuti alla burocrazia e alle mille nuove regole prescrittive e trascrittive. Malpagati, spersonalizzati, umiliati, derisi, esasperati, verificati, controllati, vessati, denunciati: altro che sfida! Qui solo i più forti ancora ce la fanno… Continuo
nel godimento della lettura: ci sarà una nuova Commissione ministeriale per le
cure primarie e l’integrazione socio-sanitaria con i fondi stanziati dalla
finanziaria per sperimentare le nuove Case della Salute (ogni casetta costerà
circa otto milioni di euro).
Sentivamo davvero l’esigenza di nuovi commissari che verranno (ben) pagati per
controllare non so più che cosa nei nostri studi, nelle nostre prescrizioni,
nel numero ed esattezza di applicazione delle note AIFA, dei piani terapeutici
riabilitativi che dobbiamo mandare a far stilare dagli specialisti per
permettere a un povero disgraziato che si è rotto una gamba
in un incidente di fare la fisioterapia per riprendere a camminare o del
percorso a ostacoli da compiere se deve andare a farsi aggiustare i denti, dei
LEA, delle linee guida, dei crediti ECM collezionati ormai come i punti al
supermercato ma senza premio finale, del governo clinico e di quello della
domanda, dell’adesione ai progetti aziendali, di quante prestazioni eroghiamo
come gatekeepers di quanto siamo appropriati, congrui e coerenti, di
quanto spendiamo in più o in meno rispetto al medico che ci sta di fronte, di
fianco, nel distretto, nella città vicina o su Marte. Altro che Orwell. Il Ministro chiede a noi “un’assunzione di responsabilità diretta che faccia percepire al sistema il cambio di marcia”: ma di quale altra responsabilità dobbiamo farci carico? Dovremo “responsabilmente” accompagnare di persona i nostri pazienti anziani nei supermercati o presso le refrigerate caserme dei pompieri come previsto dal progetto aziendale istituito per l’emergenza caldo? Oppure sarebbe ora che altrettanto “responsabilmente” esultassimo nel rinunciare a una quota del nostro stipendio se non ci atteniamo alle regole del sistema? “Medicina del cittadino”. Questa sarà la medicina del futuro prossimo venturo. Perfetto, neanche più la parola “medicina” lasceranno che sia nostra. Il cittadino va curato a casa o comunque deve sentirsi “a casa” dalle persone che lo curano. Per questo ci saranno le case della salute, dove tutti insieme appassionatamente potremo lavorare sette giorni su sette e 24 ore al giorno sotto la benevola ala protettiva del commissario per le cure primarie che ci agevolerà il ricevimento dell’avviso di garanzia per chi non si sarà attenuto alle regole impostegli. Il
Ministro chiede al Paese un “cambiamento culturale e di fiducia” (peccato,
una volta questo era il modo di definire i medici di famiglia: medico di
fiducia), per riaprire il “grande cantiere della sanità italiana”. Si, ce
ne vuole proprio tanta di fiducia, la nostra è in riserva da qualche contratto
fa. Con un
unico punto programmatico del Ministro non trovo nulla da eccepire: la richiesta
di “modificare la specificità dei percorsi
di formazione dei medici di famiglia” (che si dovranno integrare nelle
case della salute) perché diventino interpreti delle “nuove dinamiche e
concezioni della medicina del territorio”.
Giusto: noi, fino ad ora, siamo stati capaci di fare solo il medico che
si prende cura dei propri pazienti. Ma forse non sono in grado di
capire…aiutatemi vi prego. Maria 6 ottobre
2006 |
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