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Donne in rete

Attenzione a non rimanere 

intrappolate nella “rete”

Digitando su google, uno dei più noti motori di ricerca, la parola “salute” , compare un elenco di oltre 50 milioni di siti più o meno specializzati che se ne occupano o in qualche modo la trattano. Esistono inoltre più di 500 siti in cui è sufficiente inserire uno o più sintomi  per ottenere non solo la diagnosi ma anche la terapia ritenuta statisticamente più adeguata.

Secondo i dati pubblicati dalla Health On the Net Foundation, un’organizzazione non governativa internazionale che conduce periodicamente attività di rilevazione sugli utilizzatori delle informazioni di carattere sanitario sul web, solo il 7% di tali siti risulta affidabile, rispondendo alle caratteristiche di un comitato di tecnici e specialisti i quali, visionando l’intero sito con cadenza periodica, valutano la scientificità delle informazioni, la facilità di navigazione per gli utenti, l’assenza di sponsor di settore che potrebbero interferire con l’imparzialità delle informazioni sui farmaci, la varietà dei contenuti e il livello di genericità della trattazione. Ai siti che superano l’attento esame critico del comitato internazionale viene attribuito un marchio di affidabilità (HON CODE) che ne garantisce la qualità.

In un panorama tanto vasto di siti se ne identificano di 4 tipi:

§        siti istituzionali, realizzati da chi organizza e gestisce le politiche sanitarie (Ministero della Salute, Agenzie Regionali per i Servizi Sanitari, Istituto Superiore di Sanità, Aziende Ospedaliere, ASL ecc)

§        siti di industrie farmaceutiche

§        siti di associazioni di malati che spesso raccolgono istanze, interessi e blog di discussione su specifiche patologie

§        siti generalisti: sono la stragrande maggioranza e vengono gestiti con scarsissima capacità di controllo da persone che, pur non essendo parte attiva sul territorio in campo sanitario, forniscono informazioni relative alla salute.

Nei nostri studi è ormai consuetudine sentirci dire dai pazienti: “Dottore ho letto su internet che….” con tono che va dalla richiesta di conferma, all’approfondimento per curiosità, fino alla polemica, a seconda del problema sanitario trattato. 

Oltre il 40% degli italiani maggiorenni utilizza internet per visitare siti e cercare informazioni in campo medico. Dai dati forniti dal Monitor Biomedico risulta inoltre che il 38% degli italiani ottiene informazioni sanitarie dalla televisione, il 19% da parenti o amici, il 14% dagli inserti salute dei quotidiani e il 12% da pubblicazioni e riviste specializzate. Tra i paesi europei l’Italia ha il primato percentuale di coloro che “chattano” in rete, con il 26% della popolazione, aumentando così anche la possibilità di scambio di informazioni e opinioni in materia di salute, specie tra i più giovani. E’ pur vero che, secondo il Censis, il medico di medicina generale viene considerato positivamente da oltre il 90% dei propri assistiti sia per la competenza professionale che per l’attenzione agli aspetti psicologici e relazionali, ma la trasformazione del nostro ruolo che sta avvenendo sempre più rapidamente e il bombardamento di informazioni non controllate,  ci deve far riflettere sul rischio reale di un assedio alla nostra professionalità. E’ emerso da tempo in America il cosiddetto “disease mongering” cioè la commercializzazione delle malattie, pratica utilizzata da multinazionali del farmaco che promuove, senza prove scientifiche, l’allargamento dei confini di una malattia per aumentare la vendita dei farmaci (ricordiamo che 3 italiani su 10 comprano in farmacia medicinali autoprescritti). Alcuni esempi sono l’eccessiva medicalizzazione di condizioni fisiologiche quali menopausa e osteoporosi. Mentre una volta i bambini particolarmente vivaci rischiavano solo qualche sonoro ceffone, ora vengono considerati soggetti affetti da sindrome da deficit di attenzione e iperattività, e come tali vanno farmacologicamente curati. Oggi si cura farmacologicamente non solo l’ipertensione ma anche la pre-ipertensione ( senza magari cercare di modificare igiene alimentare e abitudini di vita).

La sanità si sta femminilizzando, lo diciamo da tempo, e nel giro di un paio di generazioni la stragrande maggioranza dei medici sarà composta da donne. E’ quindi giusto che da subito ci occupiamo di affrontare e arginare il limite che c’è tra cultura e informazione prima che questo diventi un problema eccessivamente pericoloso.

Il 60% degli italiani considera il rapporto con il medico come “una collaborazione reciproca in vista della salute”, abbandonando definitivamente quel rapporto paternalistico tra  medico e paziente, improntato sul principio in base al quale il medico poteva agire per il malato ove avesse ritenuto, secondo scienza e coscienza, l’intervento utile alla sua salute. Ora si è completamente perso questo ruolo di “sacerdoti della salute” e, si prenda ad esempio il sempre più complesso consenso informato da sottoporre ai pazienti prima di procedure diagnostiche o terapeutiche, si è diventati stipulatori di contratti con i cittadini che vengono da noi per un problema sanitario.

Non sempre questa emancipazione del paziente porta a un miglioramento dell’approccio e del rapporto in senso di maggiore consapevolezza e coscienza: talora il paziente si pone (e sarà sempre peggio) in senso non solo interlocutorio ma polemico, eccessivamente esigente o critico. Internet viene utilizzato presumibilmente in buona fede per il desiderio del paziente di capire e scegliere in autonomia (per certi versi questa frase ricorda un po’ lo slogan femminista “l’utero è mio e me lo gestisco io”), ma diventa poi un’arma impropria e un boomerang per l’alleanza terapeutica medico-paziente. Aumentando la richiesta di informazione si incrementa paradossalmente anche l’esposizione al rischio di cattiva informazione.

Abbiamo quindi una condizione pressante su tre lati: da una parte la standardizzazione massima richiesta dalle istituzioni per problemi prevalentemente di contenimento della spesa sanitaria (linee guida, note AIFA, percorsi diagnostico-terapeutici), da un’altra il paziente-esigente che non firma più deleghe in bianco, che “nasce imparato” dai media e dal web dove pullulano associazioni per difendersi dalla presunta malasanità mentre riceve informazioni spesso inesatte o inaffidabili, dall’altra ancora le multinazionali dei farmaci che pensano agli utili aziendali prima che alle necessità dei pazienti. Da questo pressing non ne usciamo bene.

Forse, tra le mille facezie burocratiche che ci martirizzano quotidianamente, sarebbe utile, che dalle donne medico partisse da subito uno scambio di opinioni in merito per arrivare ad una campagna di comunicazione contro i rischi della disinformazione, proponendo a tutti i colleghi di pensare a un documento, agile e di facile comprensione, da distribuire ai pazienti o appendere nei nostri studi che metta in guardia  dalle insidie della rete.

La predisposizione al parlare è da sempre tipicamente femminile: bene, utilizziamola per comunicare tra di noi e con i nostri assistiti (anche per iscritto) che riteniamo insostituibile ed esclusivo il rapporto di fiducia che si basa sulla fiducia dei nostri pazienti, sulla conoscenza, sulla nostra responsabilità e sul credito che dopo anni di impegno costante accompagna la nostra figura professionale. E se questo non bastasse, dopo esserci riappropriate del nostro ruolo,  partiremo alla conquista del web, per non cadere nelle trappole virtuali visto i già troppi problemi reali.

 

Maria Cristina Campanini

Maggio 2009

 

 

 

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