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Dai dati messi a disposizione dall’ISTAT quantifichiamo un fenomeno ormai noto; soprattutto negli ultimi decenni, di fatto, le esperienze delle donne  nelle varie fasi della vita hanno subito delle profonde modificazioni.

Dal 1994 al 2002 l’età media alle nozze aumenta di un anno, in pari misura a quanto osservato per gli uomini, mentre aumenta molto di più quella delle donne inferiori a 30 anni che vivono nella famiglia di origine, passando dal 36.8 al 50.4% (soprattutto per la fascia di età compresa tra i 30 e 34 anni).

Il prolungamento della permanenza nella casa dei genitori è senz’altro favorito dall’allungamento del periodo formativo: nell’anno 2001-2002 il 35% circa delle studentesse di età tra i 20 e 24 anni vivono ancora in casa; si potrebbe pensare che in parte il dato sia dovuto alla difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro ma  in realtà si osserva che il 44% delle figlie che già hanno trovato lavoro continuano a vivere nella casa dei propri genitori. A livello nazionale risulta che la disponibilità a uscire di casa prima di aver trovato un lavoro è decrescente dal Nord al Sud Italia; neppure il matrimonio pare essere considerato una garanzia di sicurezza economica, tanto che, nel periodo compreso tra il 2000 e il 2002,  lavora il 60% delle donne sposate.

Impegno e dedizione verso il lavoro sono preceduti da altrettanta buona volontà nella carriera scolastica: dall’ultimo censimento risulta infatti che  il 76% delle donne ha un titolo di studio uguale o superiore a quello del partner, e se 10 anni fa questo riguardava solo le coppie con componente femminile fino a 24 anni, adesso la situazione si estende anche a quelle in cui la donna ha fino a 44 anni, allargandosi gradualmente anche verso il Sud Italia.

La diminuzione del numero di figli per donna è visibile nel numero di bambini pro-capite (circa uno a testa a un’età media intorno ai 30 anni), anche se la maggioranza delle donne dichiara di aderire idealmente a un modello familiare che prevede due figli, pur non sottovalutando i problemi di conciliazione tra lavoro e famiglia che rimangono il maggiore limite alla procreazione.

Il 52% circa delle donne che hanno un impiego e che hanno bambini di età inferiore a 5 anni riferisce di lavorare oltre 60 ore settimanali (se si somma il lavoro in casa con quello fuori casa), mentre i padri di bambini della stessa fascia di età che dichiarano di lavorare lo stesso numero di ore non superano il 22%.

Secondo un’indagine condotta dal Centro Nazionale di Documentazione e Analisi per l’Infanzia e l’Adolescenza, nel 2000 gli asili nido ammontavano a  3008 unità, con un’incidenza di posti-nido disponibili sulla popolazione di bambini fino a 2 anni di solo il 7.4%. Va detto che a questo numero bisogna aggiungere i 732 servizi integrativi per l’infanzia (spazi gioco, centri per bambini e famiglie) censiti da questa stessa indagine, anche se queste strutture non sovvertono la situazione di carenza e soprattutto la disomogeneità sul territorio nazionale, particolarmente svantaggiata per il sud.

Nei paesi del Nord Europa lavora oltre il 70% delle donne con bambini di età inferiore a 3 anni e l’83% di essi frequenta regolarmente asili nido; in Italia la percentuale delle donne scende al 51% e quella dei bambini iscritti a un nido al 18.7%. Nel periodo pre-scolare la tendenza si inverte e la percentuale di bambini di età tra 3-6 anni che frequenta la scuola materna è di circa il 100% contro l’80% degli altri paesi europei.

Va sottolineato che  in Italia l’investimento in strutture per l’infanzia da 0 a 6 anni non supera lo 0.44% del prodotto interno lordo contro quasi il 2% dei paesi del nord Europa.

Nella provincia di Milano sono stati censiti a oggi 633 asili nido (220 autorizzati dal 2002) e recentemente la provincia stessa ha emesso un bando per l’investimento in conto capitale per la realizzazione di servizi per l’infanzia (asili nido, micro-nidi, centri di prima infanzia, tempo delle famiglie, spazi gioco e ludoteche). Da un’indagine pubblicata dal Corriere della Sera poco tempo fa risulta però che il 55% delle donne lavoratrici affida i figli ai nonni: dei due milioni di nonni che vivono in Lombardia il 65% si dedica alla cura dei nipoti per oltre 20 ore alla settimana.

La conciliazione del lavoro e della famiglia come questione femminile ha radici nel passato e rispecchia ancora oggi la tradizionale attribuzione alle donne del lavoro di cura all’interno della famiglia.

Questo problema si basa a sua volta su diversi fattori: l’organizzazione del lavoro stesso, il sistema dei trasporti, i servizi offerti dal luogo di residenza, la vita sociale della persona, il tempo libero, quello di studio e quello per se stessa. La rilevanza di questo problema va quindi a toccare piani economici, demografici, della qualità di vita, dell’equità sociale. Altrettanto possiamo dire che la conciliazione coinvolge differenti sistemi: famiglia, reti parentali, lavoratori, associazioni sindacali, aziende, servizi di supporto alle famiglie, trasporti, organizzazioni dei tempi nel luogo di residenza; gli attori di questi sistemi sono talora portatori di interessi in potenziale reciproco conflitto (nella famiglia per la suddivisione del lavoro di cure e assistenza, tra azienda e lavoratore, tra operatore e utente dei servizi, tra responsabili delle politiche e gestori delle risorse). Possiamo quindi affermare che la conciliazione del lavoro delle donne intra ed extra domestico non è più considerabile un problema esclusivamente “femminile” ma rientra negli obiettivi condivisi e riconducibili a tutta la società.

Per anni il tema dell’equilibrio tra la famiglia e il lavoro nella vita della donna non è stato affrontato perché le condizioni economiche, sociali  e culturali assegnavano ruoli precisi ai componenti della famiglia. Va peraltro segnalato che da un’indagine condotta da Federmanager nel 2005 risulta che per l’85% delle donne intervistate la famiglia rimane l’interesse extra-lavorativo di maggiore interesse.

Oggi la situazione è profondamente cambiata: le donne studiano di più: negli anni ’50 il 2% degli iscritti all’università erano donne, nel 2001 il 56%. La quota di laureati a 25 anni è il 23% per le donne contro il 17% degli uomini; le lauree con lode vengono conseguite dal 22.3% delle donne verso il 15.8% degli uomini, con netto aumento della presenza femminile anche in corsi che, fino a qualche decennio fa, erano ritenuti tradizionalmente maschili quali ingegneria, medicina (a oggi ogni 10 laureati 7 sono donne), agraria, economia.

Non va dimenticato poi che le condizioni economiche impongono oggi standard di vita più elevati, da cui la necessità frequente che all’interno di una famiglia si abbiano due forze lavoro. Esistono inoltre diverse forme di “precarietà” che sicuramente favoriscono l’essere attivi dal punto di vista lavorativo: il matrimonio non è più “indissolubile” (o lo è meno); la pensione prevede un lungo piano di accumulo preventivo; il posto di lavoro “sicuro” non esiste più (ciò vale sia per gli uomini che per le donne): l’indipendenza è diventata quindi non più un’aspirazione per le donne di oggi  ma ha assunto quasi le caratteristiche di un “dovere”, come già assimilato dagli uomini.

I dati a disposizione supportano questa affermazione tant’è che nel 2004 il tasso di occupazione femminile è salito a circa il 56% (compreso quello delle donne di età superiore a 55 anni, il 32% delle quali risulta impiegata).

Sicuramente in quasi tutti i paesi europei il numero di donne che lavorano tra i 20 e i 49 anni con figli è più basso rispetto a quelle che non ne hanno (61% verso il 75.4%), così come le donne italiane che lavorano part-time sono il 23.3% in presenza di figli e il 15.9% se di bambini non ne hanno. Dai dati della Commissione sulla parità uomo-donna dell’Unione Europea risulta anche che il part-time è utilizzato di media dal 33% delle donne contro il 7% degli uomini (con punte fino al 75% delle donne e 25% degli uomini in Olanda).

Ma le donne che lavorano hanno capacità e caratteristiche davvero diverse?

Un’autorevole agenzia americana ha rilevato un decalogo di fondamentali punti di forza che delineano la donna impegnata nel lavoro, segnalando che essa:

·        favorisce uno stile di leadership collaborativo e interattivo

·        non patisce la condivisione di informazioni

·        percepisce la ri-distribuzione del potere come una vittoria e non come una  sconfitta

·        favorisce dialogo e feed-back informativo all’interno del gruppo

·        è flessibile e disposta ad adattarsi

·        apprezza le diversità culturali

·        accetta sia le soluzioni razionali che quelle intuitive

·        valuta equamente sia i percorsi “tecnici” che quelli interpersonali

·        a parità di preparazione risulta maggiormente predisposta all’ascolto

·        maggiore capacità di mediazione di fronte ai conflitti

Malgrado tutto ciò le posizioni apicali delle donne, in differenti ambiti lavorativi, rimangono ancora difficili da raggiungere: il contributo della forza-lavoro femminile nell’impresa a livello medio-alto, vede le donne europee svantaggiate rispetto alle americane e quelle italiane all’ultimo posto in Europa. In un’indagine condotta dal settimanale Newsweek si sottolinea con sarcasmo il “mito” europeo della parità delle donne che lavorano, concludendo che a queste è concesso di avere un lavoro ma non una carriera.

Sulla base di quanto riportato finora l’organizzazione massimamente funzionale di uno stato sociale per la donna che lavora prevederebbe quindi:

·        fino a tre anni di permesso per la maternità

·        ampie risorse e assistenza per i figli di qualsiasi età

·        massima disponibilità  in termini di flessibilità di orario e part-time (con mantenimento delle posizioni raggiunte al rientro dal congedo parentale).

L’Unione Europea caldeggia politiche aziendali sempre più neutrali e prive di discriminazioni di genere, affinché nessuno dei genitori sia effettivamente penalizzato per essersi preso cura dei figli.

Si legge nella relazione 2006 della Commissione delle Comunità Europee sulla parità tra uomini e donne: “le politiche volte a conciliare lavoro e vita familiare contribuiscono a creare un’economia flessibile, migliorando nel contempo la vita delle donne e degli uomini. Tali politiche aiutano a entrare e rimanere nel mercato del lavoro utilizzando l’intero potenziale della forza lavoro e devono favorire equamente le donne e gli uomini”.

Consapevolezza delle proprie potenzialità, abbandono degli stereotipi di ruolo, condivisione di responsabilità e opportunità, partecipazione attiva da parte del partner, supporto da parte delle organizzazioni lavorative e del welfare con incentivazione per una migliore distribuzione dei compiti tra uomo e donna: questi gli strumenti indispensabili alla donna che lavora all’interno e all’esterno della propria famiglia.

 

Maria Cristina Campanini

Milano 4 novembre 2006

(Bollettino OMCeO-MI)

 

 

 

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