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Una esperienza politica

Le attività intellettuali e di concetto sono state nel corso dei secoli ritenute appannaggio del mondo maschile, riservando un ruolo subalterno alle donne sia a livello sociale che professionale. Nella società greca e romana le donne, prive di diritti politici o civili, non erano ritenute in grado di svolgere alcun tipo di lavoro intellettuale.

Anche l’attività di precettore era riservata agli uomini, (eccezion fatta per Saffo!) sebbene alle donne fosse riservato il compito di educare le giovanette ma esclusivamente per il loro futuro ruolo di mogli. Non era quindi assolutamente concepibile pensare o mettere in pratica un modello educativo finalizzato all’autosoddisfazione o realizzazione delle donne che dovevano quindi occupare il posto loro designato dall’organizzazione gerarchica di quel tempo.

A partire dal Medioevo e poi con la diffusione del cristianesimo e del cattolicesimo si afferma il concetto di donna come essere buono e incapace di fare del male (le punizioni per le donne erano diverse rispetto agli uomini: si offriva loro la possibilità di evitare il carcere scegliendo la reclusione in convento). I casi femminili ritenuti eccessivamente devianti come comportamento, che potevano costituire problema o imbarazzo per la società, venivano etichettate (e soppresse!) in quanto streghe. Si ha notizia che nei primi decenni del 18° secolo in America latina si sia messa al rogo l’ultima donna-strega.

Durante il Medioevo però numerose sono le donne che si dedicarono allo studio della mistica religiosa infrangendo il baluardo maschile in campo filosofico.

In caso poi rimanessero vedove di sovrani o fossero le ultime eredi delle case regnanti potevano anche diventare regine (vedi Isabella di Castiglia o l’agguerrita Caterina de’ Medici). In ogni caso era permessa l’attività di beneficenza e carità ma rimaneva preclusa quella in campo culturale e intellettuale fino almeno al 18° secolo, con esclusione assoluta (eccetto casi isolati) dal mondo della politica, magistratura e medicina. Lo stesso Voltaire, padre dell’Illuminismo, in nome di ideali progressisti, si era opposto all’emancipazione delle donne nel campo del lavoro e soprattutto ai suffragi elettorali estesi alle donne ritenendo che queste, più facilmente influenzabili dalle strutture conservatrici dominanti di Chiesa e monarchia, avrebbero finito per favorire i candidati dalle idee più retrograde. In effetti nessuno aveva mai pensato di favorire una preparazione politica preliminare e completa al mondo femminile che si sarebbe apprestato a votare per la prima volta il 2 giugno 1946, esprimendo il proprio consenso a favore della monarchia e, nel voto per l’ Assemblea Costituente, per la Democrazia Cristiana.

L’atteggiamento conservatore e “moderato” delle donne in politica subisce un’inversione di tendenza con il referendum sul divorzio del 1975: le donne italiane (anche in Sicilia ritenuta terra conservatrice e di tradizione), manifestano la volontà di mantenere la legge che permette di divorziare.

L’emancipazione femminile non ha seguito gli stessi tempi e modalità di attuazione in Italia e in Europa, pur perseguendo scopi e risultati abbastanza sovrapponibili. Dopo la rivoluzione industriale dei primi anni dell’’800 le donne comunque fanno proprio definitivamente il concetto di avere un diritto al lavoro (almeno dal punto di vista teorico), sebbene l’introduzione delle macchine utensili nelle fabbriche portasse la necessità di ridurre i posti di lavoro, a partire da quelli ricoperti dalle donne. Che fare allora? Rientrare a casa o lanciarsi verso altre prospettive di impiego?

Una volta permesso alle donne di uscire di casa, esse non ci rientrarono tanto facilmente né volentieri: nacquero così scuole di specializzazione esclusivamente dedicate al mondo femminile, per favorire una parità di forma ma anche di contenuti, e sebbene rimanessero escluse da alcuni processi di formazione professionale (ad esempio potevano essere insegnanti alle scuole elementari ma non in università) iniziarono il loro cammino nel mondo del lavoro.

Nel campo delle attività intellettuali riuscirono così a crearsi le prime figure di avvocato donna, dopo aver superato due grandi ostacoli alla carriera, di carattere medico e giuridico. Se da una lato infatti si riteneva che le donne non avrebbero avuto , almeno una settimana al mese, un’adeguata serenità di giudizio nel proprio lavoro, dall’altro veniva risolto il problema della parità di diritti rispetto agli uomini. Alla fine dell’800 la Corte Suprema del Connecticut sentenziava che “siccome la capacità di una donna è pari a quella di un uomo e poiché le donne erano state ammesse a prestare servizio negli uffici postali e telegrafici ed in altri uffici del Governo, i tribunali avrebbero dovuto seguire quell’esempio…”. Le donne avrebbero così avuto la possibilità non solo di frequentare e studiare legge, ma anche di esercitare la professione forense.

Analogo complesso cammino per le donne medico: fino alla metà dell’800 era impensabile ipotizzare un ruolo professionale femminile  in campo medico che non fosse a livello infermieristico, caritatevole o di assistenza nei bisogni primari. Dal 1870 in Svezia vengono istituiti corsi di medicina per  le donne e, sebbene separati e diversi da quelli degli uomini, con le stesse possibilità di sbocco professionale. Analogo provvedimento fu adottato all’Accademia di San Pietroburgo, anche se le dottoresse russe avevano delle restrizioni nell’esercizio della propria attività post-laurea. Anche in Polonia alle dottoresse veniva concesso il permesso di curare, ma solo donne e bambini.

Differente le situazione in Francia e Stati Uniti dove alle donne veniva attribuita libertà di scelta di carriera (assistenziale o di ricerca); a Philadelphia nel 1880 si contano circa 500 donne medico con uno stipendio mensile di centomila lire all’anno, mentre in nella Spagna dei Borboni la sola Università di Madrid accetta le iscrizioni femminili ai corsi di medicina.

Non più facile l’approccio delle donne all’insegnamento: dopo l’unità d’Italia, con la legge che imponeva anche alle ragazze di studiare, si dava la possibilità di accedere alla carriera di maestra elementare, sebbene in sedi disagiate e con stipendi inferiori a quelli degli uomini. In alcuni comuni venivano assunte solo donne celibi o vedove o senza prole: il matrimonio era accompagnato dal licenziamento immediato e la castità veniva apprezzata come propedeutica per una corretta educazione dei giovani. Solo dopo la prima guerra mondiale vengono assunte donne nei licei,  nelle scuole superiori e come direttrici didattiche.

Sebbene oggi, dai dati di un sondaggio Datamedia compiuto l’anno scorso su un campione statisticamente adeguato di donne italiane, il 51% di esse  sostenga che la donna possa e debba rivestire un ruolo di lavoratrice innovativo e comunque pari a quello degli uomini, il 33% rimane dell’idea di non impegnarsi al di fuori della famiglia e mantenere la propria identità esclusiva come madre e moglie.

Da questi dati emerge un universo femminile ben introdotto nella realtà sociale e lavorativa ma che non rinnega lo specchio del proprio passato e continua ad affermare il diritto alla famiglia e al privato come fonte di realizzazione.

Abbandonato quindi il meno famoso teorema pitagorico secondo cui

«...C’è un principio buono che ha creato l’ordine, la luce e l’uomo,
e un principio cattivo che ha creato il caos, le tenebre, la donna...», questa continua oggi serenamente il suo percorso di affermazione sociale, professionale e umana occupando un posto di rilievo dentro e fuori dalla famiglia, nel mondo della politica, del lavoro e delle istituzioni. Prima o poi, statene certi, tutto ciò sembrerà assolutamente normale e passerà, finalmente, inosservato.

  Maria Cristina Campanini

6 settembre 2006  

 

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