Qualche dato numerico può essere di
aiuto per meglio definire quantitativamente la presenza femminile e il suo
inquadramento nel mondo del lavoro e in sanità
Tra gli iscritti a medicina il rapporto
maschi:femmine è 1:2. Da uno studio condotto nel
nord Italia risulta che la media dell’età alla laurea delle donne è 26.5,
prima degli uomini, con un punteggio altissimo, oltre 107. Ogni 10 laureati 7 sono donne (dato questo riscontrabile in tutte le facoltà eccetto che
ingegneria). I ¾ delle donne si iscrive, dopo la laurea, a una specialità e sa
usare bene un pc. Il 75% delle donne lavora oltre 40 ore settimanali e circa il
72 % di questo gruppo ritiene di avere un lavoro gratificante. Approfondendo l’argomento
si rileva che la gratificazione e la buona gestione del lavoro sono ritenute
conseguenti alle singole capacità organizzative (34%), a enorme spirito di
sacrificio (30%) e a un valido aiuto familiare (9%). La causa del 28% delle
dottoresse insoddisfatte verrebbe imputata al tempo sottratto ai figli (18%),
alla famiglia (23%) o a se stesse (46%). Nel corso degli ultimi 40 anni i
matrimoni si sono dimezzati mentre, per contro sono quasi triplicati i matrimoni
con coniugi stranieri, le separazioni e i divorzi.
I figli nascono dopo i 30 anni (una
media di un figlio a testa, contro i 3 degli anni 60) e vengono allattati per 3
mesi; vengono poi affidati nel 41% ai nonni, nel 40% alle collaboratrici
domestiche e nel 16% agli asili nido.
Fino ai 40 anni il 76% delle donne
medico si sobbarca il grosso delle faccende domestiche.
Resta poco tempo per la vita sociale: l’86%
dice che le cariche sociali o pubbliche sono limitate dal doppio lavoro
(studio-casa). Rarissime sono le posizioni apicali in ambito lavorativo e nelle
rappresentanze sindacali o politiche. La quasi totalità delle donne
intervistate (96%) vorrebbe avere un inquadramento con orario di lavoro
personalizzato come succede all’estero. Malgrado i disagi e le fatiche la
fibra femminile appare particolarmente resistente: circa il 90% non si ammala e
l’84% lavora anche durante la prima gravidanza. La spettanza di vita è anch’essa
superiore: 83 anni (in crescita) per le donne rispetto ai 77 (stabili) degli
uomini.
A oggi a Milano e provincia ci sono 912
medici di medicina generale donne e 1854 uomini.
Mi sembra riduttivo affermare che sia
in reale e costante aumento il numero delle donne che si iscrivono a medicina,
si laureano e lavorano in ambito sanitario solo perché la nostra professione è
ormai economicamente improduttiva e burocraticamente molto più impegnativa.
Come a dire che nessuna di noi ha senso pratico ma è storicamente inchiodata
all’altare della pazienza.
Perché le donne medico? Perché le
donne medico al sindacato?
Nel messaggio del cardinale Tettamanzi
ai medici cattolici riuniti per la conferenza organizzativa del Nord Italia nel
2004 si parla della passione terapeutica del medico addirittura come una
sorta di miracolo vivente, come partecipazione e rivelazione dell’amore di Dio
che si prende cura dei suoi figli. Si legge anche che questo modo di
essere del medico non può accettare alcuna coercizione da qualunque parte
dovesse venire. E si ribadisce che spetta a noi, con le nostre
organizzazioni e legittime rappresentanze, individuare e custodire gli spazi,
indicare linee guida, offrire soluzioni perché l’esercizio della nostra
professione avvenga in modo autentico e umano. Se è così grande il nostro
impegno e così grave la responsabilità del medico, quanti hanno un compito
istituzionale in ambito politico, legislativo, amministrativo e dirigenziale
sono o dovrebbero essere chiamati a favorire il medico stesso nella sua
attività quotidiana senza inutili mortificazioni e impedimenti. Tocca anche
a noi esserci se vogliamo che questo non venga dimenticato o stravolto, come
già è accaduto. Dobbiamo aumentare la nostra voce, essere di più e più uniti
perché sia chiaro che oltre a degli inderogabili doveri abbiamo anche dei
sacrosanti diritti.
Negli ultimi anni si è stravolto il
concetto di paternalismo medico in cui il medico era chiamato a decidere anche
per il paziente; oggi si ritiene questo concetto eccessivamente autoritario,
visto anche il traballante ruolo della paternità e della famiglia, quasi a
indicare un abuso di potere da parte del medico. Si è passati dal concetto di
curare a quello del prendersi cura, custodire e sorvegliare l’altrui
esistenza, governare le fasi e accompagnare i processi evolutivi conservando una
dedizione globale verso l’altro. D’altra parte già il termine
"cura" non è univoco; può infatti essere interpretato come l’attuazione
di mezzi e presidi per guarire o migliorare una malattia (cioè come terapia), o
dei mezzi e presidi per salvaguardare la salute (cioè come prevenzione), o come
farsi carico dei bisogni della persona in modo responsivo e responsabile (cioè
come cura globale). La lingua inglese distingue bene tra "to cure"
(rimediare, guarire) e "to care" (aver cura, interesse, premura),
così come ben distingue tra "disease" (malattia come patologia
organica) e "illness" (sofferenza generalizzata, malessere).
Applicarsi a questo modello di impostazione del lavoro di medico, favorendo la
capacità di comprensione e dedizione, si concretizza nel "prendersi
cura" ed è, proprio per le sue caratteristiche, affine al genere
femminile. La donna accetta maggiormente e comprende il concetto di fragilità,
insito in quello di malattia e di sofferenza, di disagio, afflizione organica ma
anche esistenziale. Sono questi concetti molto antichi anche se di grande
attualità, dal momento che già Galeno, a cavallo tra il primo e secondo secolo
dopo Cristo, aveva introdotto il concetto di "medicus gratiosus",
amabile nel rapporto e quindi bene accetto, un medico dal discorso contenuto ma
eloquente, dal gesto confidenziale ma autorevole, dall’abito elegante ma
sobrio, sempre capace di modulare il proprio atteggiamento verso l’uno o l’altro
estremo a seconda delle opportunità e delle preferenze del malato, intuite ed
esaudite. Mi sembra abbastanza aderente alla descrizione di un medico donna. La
medicina cerca la giustezza, il giusto mezzo, l’equilibrio tra difetto ed
eccesso, la "medietas" da cui probabilmente Isidoro (medico e vescovo
di Siviglia) fece nel VI secolo derivare il nome di "medicina". Questa
costante ricerca di una via di mezzo che mantenga in equilibrio stili di vita
diversi e complessi è nota e si ripresenta quotidianamente a ogni donna che
cerchi una conciliazione tra lavoro e famiglia.
Dato di fatto che ci siamo e siamo in
aumento, riflettiamo per esempio sulla realtà che non sembra esserci un’adeguata
attenzione per il sesso femminile negli accordi contrattuali. Per esempio anche
nel nuovo ACN non ci sono sezioni dedicate alla tutela del lavoro femminile per
quanto riguarda elasticità di orari, assistenza ai figli (sani o malati),
maternità, o meglio ci sono ma in misura assai ridotta rispetto alle proposte
che SNAMI aveva avanzato (per esempio periodi più lunghi di sostituzione per
maternità e puerperio per la medicina di famiglia, trasferimento in uffici o
strutture ASL per il periodo di gravidanza delle dottoresse della continuità
assistenziale).
Malgrado veniamo spesso accusate di
parlare troppo, per inclinazione naturale o capacità acquisita risultiamo anche
flessibili e capaci di ascoltare. Da uno studio condotto su JAMA, infatti, sono
state studiate le modalità comunicative delle donne in ambito sanitario. Le
donne assumono più spesso atteggiamenti che sollecitano la partecipazione del
paziente, sono più attente a tematiche di tipo psicologico e si focalizzano
meglio su aspetti emotivi. Non sono state rilevate differenze qualitative o
quantitative nei dati delle informazioni fornite, mentre risulta maggiore il
tempo dedicato alle spiegazioni al paziente riguardo al suo problema. A riprova
che questa non è un’affermazione femminista e che la cooperazione e la
sinergia con l’altro sesso è sempre e comunque fondamentale, dalla stessa
indagine risulta che il trend si inverte in campo ginecologico dove i
maschi appaiono più attenti alle tematiche di tipo emotivo.
Si legge nel Galateo dei Medico
(Napoli, fine 800): l’esercizio della nostra professione ci mette a contatto
con tanti mali e tante miserie sociali che non dovrebbe aversi cuore per
rimanervi insensibile non desiderare un governo libero che intenda davvero a
sollevarli. Il medico si aggira e vive in mezzo al popolo, è depositario dei
suoi dolori e di sue speranze, e anche a non volerlo diviene democratico d’indole.
Certa che questa affermazione di
democrazia troverà ampia crescita proprio in questo ambito sindacale, vi invito
a iniziare, insieme ai nostri colleghi con maggiore esperienza, questo cammino
comune, per il miglioramento della nostra professione. Il raggiungimento di un
obiettivo è una pietra miliare che segue il nostro successo, che dipende anche
dalla fortuna, che pur essendo dea bendata, predilige gli audaci. Ecco dunque l’importanza
di cogliere le circostanze, le occasioni, valutando, anche con intuito
femminile, tutte le possibilità che si presentano lungo il tragitto. E’ vero
che le esperienze si fanno sempre a proprie spese, ma se ci riferiamo allo
specifico ambito sindacale, non siamo sole, e possiamo osservare quanto fatto da
chi lavora a fianco a noi. Dialogo, comunicazione, informazione saranno alleati
e compagni di viaggio di noi, viandanti senza sosta e inseguitrici del meglio,
mentre tutto scorre.
settembre 2005