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Negli
anni che hanno visto la progressiva emancipazione della donna nel mondo del
lavoro, che evoluzione ha avuto l’antico concetto di matrimonio e di mater
familiae come obiettivo di realizzazione nel corso della vita femminile? Nell’antica
Roma la donna indirizzava al suo futuro sposo la domanda: vuoi essere il mio
pater familiae? Con ciò giuridicamente l’uomo che sposava diventava per lei
un nuovo padre, alla cui potestà la donna e i suoi figli si sarebbe sottomessa
loco filiae, come una figlia, avendone in cambio protezione economica. Il
pater familiae manteneva sulla donna diritto di vita o di morte almeno in due
casi: quando la moglie veniva scoperta in flagrante adulterio e quando scopriva
che aveva bevuto del vino; essa veniva lodata pubblicamente se si dimostrava
virtuosa verso marito, figli e dedita ai lavori domestici;
non era previsto il dovere di reciprocità nell’amore né l’obbligo
alla reciproca fedeltà coniugale. Il divorzio era di fatto assai frequente: nel
corso della vita ci si sposava anche 5-6 volte (Giulio Cesare ci provò 4 volte
e la moglie di Cicerone ebbe in successione altri tre mariti); una legge
promulgata da Ottaviano aveva assegnato un termine agli eterni fidanzamenti e
stabiliva sanzioni severe per quegli uomini che, con continue rotture di
fidanzamento, eludevano le leggi fiscali a carico degli scapoli, emanate per far
fronte al già allora preoccupante fenomeno di diminuzione delle nascite.
D’altra parte se le donne dimostravano di aver avuto almeno tre figli
ricevevano parità di diritti con gli uomini. Nel
medioevo il matrimonio divenne
uno dei sette sacramenti riconosciuti dalla Chiesa cattolica di Roma. Il
controllo della Chiesa sul sacramento del matrimonio, che fino ad allora era
stato appannaggio dell’Impero che ne rivendicava il carattere assolutamente
profano, ebbe una rilevanza decisiva per la caratterizzazione della forma
matrimoniale occidentale, da un lato perché, rispolverando le tesi del diritto
romano che erano state via via abbandonate, sancì inderogabilmente
l’indispensabilità del consenso di entrambi gli sposi perché il matrimonio
potesse essere celebrato e divenire legittimo a tutti gli effetti, dall’altro
perché diede la possibilità anche ai ceti meno abbienti di rientrare in un
quadro sistematico e istituzionalizzato. L’evoluzione
del matrimonio da rito civile a sacramento religioso non fu facile da accettare
nell’ambito dell’ambiente ecclesiastico, allora estremamente intransigente,
poiché parte fondamentale del matrimonio era il rapporto sessuale, ossia una
concetto peccaminoso che cozzava contro l’essenza del sacramento stesso. Il
matrimonio nella società medievale aveva come compito principale quello di
assicurare la nascita di figli legittimi, che, nel caso specifico della nobiltà
feudale, comportava la tessitura di una fitta e talora diabolica trama di
alleanze familiari per il mantenimento o l’estensione del patrimonio.
L'aspetto più importante del ruolo della donna era partorire dei buoni eredi
che potessero trasmettere i beni degli antenati. Dal
XV al XVIII secolo si andò progressivamente definendo per la donna, intesa come
moglie e madre, un ruolo sempre più autonomo. L’emarginazione sociale che la
donna aveva subito durante il periodo medievale si stava affievolendo, anche se
il suo ruolo era sempre e comunque secondario rispetto alla posizione del
marito. La sposa, in ogni caso, continuava a recitare la parte di “merce di
scambio” tra le famiglie, nonostante la Chiesa avesse imposto la reciprocità
del consenso dei due coniugi perché il matrimonio avesse valore. Nel
1400 e nel 1500 però la donna, grazie alla cospicua dote che riceveva dai
genitori, “comprava” il marito, che nella maggior parte dei casi apparteneva
ad un ceto sociale inferiore al suo. I matrimoni continuavano ad essere
combinati, ma, grazie anche alla rivalutazione dell’uomo e della sua natura
rispetto all’universo medievale, i rapporti tra i coniugi iniziarono ad essere
più veri e spontanei, e non era cosa inusuale trovare due sposi che si amassero
veramente. Continuando
nel cammino della storia un cambiamento epocale si osserva con l’avvento
dell’ideologia comunista: il concetto di famiglia e matrimonio viene
rivisitato dalle teorie materialistiche di Marx ed Engels. Quest’ultimo
sostiene che la
famiglia sorge, si estende e si modifica storicamente in base agli sviluppi e
alle trasformazioni sociali: in altre parole la famiglia è il riflesso della
base economica di una determinata epoca storica. In
pratica egli sostiene che ad ogni ben definito tipo di società che si è
susseguita nella storia, trova riscontro una determinata tipologia di famiglia. Nell’ideologia
comunista è proprio mediante la famiglia che il capitalismo si garantisce
giorno dopo giorno la riproduzione della forza lavoro, non solo intesa come
procreazione della specie, ma anche come appagamento di tutta una serie di
bisogni della vita materiale e spirituale che permettono alla forza lavoro di
rigenerarsi, rinfrancarsi e modellarsi in base alle esigenze dello sfruttamento
capitalistico stesso. Il capitalismo quindi, attraverso la famiglia e in
particolare grazie alla suddivisione dei ruoli fra donna e uomo al suo interno,
si assicurerebbe gratuitamente le prestazioni domestiche della donna, anche nel
caso che quest’ultima abbia un lavoro che non coincida con quello di
casalinga.
Dal 1861, con la
proclamazione dell’unità d’Italia, i rapporti tra Stato e Chiesa si vanno
affievolendo e logorando perchè lo Stato mal sopportava l’ingerenza della
Chiesa sulle questioni politiche che ormai non erano più di sua competenza.
Anche il matrimonio, come istituzione, fu vittima di questa separazione: la
legge civile riconosceva solamente il matrimonio laico e non ammetteva a quello
religioso alcuna validità; viceversa, la Chiesa cattolica non era disposta ad
accettare alcuna forma di matrimonio che non fosse quella regolata dai suoi
ordinamenti. Durante
il fascismo, Mussolini, conscio del fatto che fosse impossibile incorporare la
Chiesa nella sua ottica totalitaristica, pensò che l’unico modo per averne il
consenso fosse quello di lasciarle ampio spazio e massima autonomia. Nel 1929
firmò con papa Pio XII i Patti Lateranensi, che prevedevano la stipula di un
concordato con la Chiesa che regolasse in modo definitivo i rapporti tra Stato e
Chiesa. Anche la legislazione matrimoniale subì una modifica: da quel momento
in poi il matrimonio disciplinato dal rito canonico ebbe effetti civili e tale
matrimonio, usato anche oggi dalla maggioranza delle persone, fu detto
“concordatario”. Il fascismo diede un grande impulso all’istituzione
matrimoniale al punto che nel 1937 fu introdotta una tassa che penalizzava i
celibi. L’indipendenza
e l’emancipazione femminile, subirono nello stesso periodo una battuta
d’arresto: la donna venne identificata come l’angelo del focolare e fu
ostacolato il suo ingresso nel sistema economico. La donna del regime doveva
badare più alla sostanza che alla forma, mantenendosi sana, forte e robusta per
dare garanzia di essere sposa e madre capace piuttosto che eterea figura di
amante e compagna. Al
giorno d’oggi la maggior parte delle
donne lavorano (le percentuali si stanno lentamente ma costantemente avvicinando
alla media europea): dai dati dell’ultimo censimento ISTAT del 2001 si va dal
58% di impiego femminile nel mondo del lavoro per la fascia di età tra i 30 e i
44 anni, al 53% in quella tra i 45 e i 49 e al 43% tra i 50 e 54 anni. E’
possibile che il maggior impegno e dedizione alla carriera sia un deterrente per
il desiderio di sposarsi o addirittura un pericolo nel rapporto uomo donna
all’interno del matrimonio? Diamo
uno sguardo ai dati ISTAT. Dal
1991 al 2001 si è osservato un calo di circa il 15% dei matrimoni (soprattutto
di quelli celebrati con rito religioso, mentre sono aumentati quelli con rito
civile e le convivenze che si sono quasi triplicate negli ultimi 15 anni). Se
nel 1961 7.9 persone ogni 1000 abitanti risultava sposata (meno del 2% di esse
con rito civile), nel 2001 4.7 persone lo sono (e circa il 25% con rito civile).
In
Italia sono circa 2 milioni e mezzo (il 5% circa dell’intera popolazione) le
persone che sciolgono il proprio matrimonio. Dal 1990 al 2001
le richieste di divorzio si sono raddoppiate mantenendo invece invariata
la percentuale di procedimento consensuale (circa 85%) verso quello giudiziale.
Sono separati legalmente (31.7%), divorziati (30%), separati di fatto
(26.3%) e coniugati in seconde nozze dopo il divorzio (11.9%). La maggior parte
dei divorziati (31%) ha tra i 35 e 44 anni, senza differenze rilevanti tra
uomini e donne. Nel 68% dei casi la separazione è chiesta dalla moglie e il 21%
delle richieste proviene da coniugi sposati da meno di 5 anni. Dall’indagine
multiscopo dell’ISTAT del 2003 risulta anche un aumento del 13% dei cosiddetti
matrimoni-lampo che vengono sciolti dopo solo un anno dalla loro celebrazione.
La durata media del matrimonio è comunque 13 anni al momento della separazione
e di 17 anni a quello del divorzio. Nella fascia di età fino a 34 anni chiede
il divorzio/separazione il 19% delle donne contro l’11% degli uomini, con
inversione di tendenza a favore degli uomini a partire dai 55 fino ai 65 anni e
più. L’età media dei separati e divorziati è 47,2 anni, con una differenza
di circa tre anni in meno per le donne. Il 75% degli individui separati o
divorziati vevono nelle regioni del centro-nord (Basilicata e Calabria le
regioni in cui le coppie “scoppiano” di meno). Nel
2002 la Sacra Rota ha comunicato 57 annullamenti matrimoniali, 67 annullamenti
respinti e ancora un totale di oltre 1000 cause pendenti. Il
35% delle persone divorziate vive da single (45.5% degli uomini contro il 25.8%
delle donne) e il 25% rimane a capo di un nucleo monogenitore; il 7% torna
invece a casa, nella famiglia di origine, senza essere né partner né genitore,
soprattutto nelle regioni del sud. Il
51% dei divorziati è laureato o almeno ha diploma di scuola superiore contro il
36% di chi rimane coniugato: in particolare si triplica la percentuale dei
divorziati laureati rispetto a chi possiede solo la licenza elementare (la
richiesta di scioglimento avviene di più da parte delle donne laureate o
diplomate, considerando che nell’intera popolazione esse sono ancora in numero
minore rispetto agli uomini). Il
65% delle persone che si separa ha
un lavoro, contro il 43% della restante popolazione e ciò risulta ancora più
vero nel mondo femminile dove risulta occupato il 59% delle donne che si
separano contro il 35% delle coniugate. Solo il 20% di questa percentuale ha
come unico lavoro quello domestico di casalinga. Ci si separa tanto di più
quanto più è elevato è il proprio ruolo professionale (dirigenti,
imprenditori e liberi professionisti). I
motivi si contrasto che portano più frequentemente alla separazione non sembra
particolarmente legato all’emancipazione della donna nel mondo del lavoro, o
almeno non direttamente: si litiga perlopiù per i soldi e per le modalità di
educazione dei figli oltre che sulla decisione di averne. Non dimentichiamo che
Groucho Marx sosteneva che la causa principale del divorzio è il matrimonio… Chi
si separa viene maggiormente coinvolto nella vita sociale, legge di più i
quotidiani, libri, svolge volontariato presso centri culturali o sindacati, in
percentuali analoghe per uomini e donne. Anche
il tempo libero viene utilizzato in maniera differente una volta sciolto il
vincolo matrimoniale con un netto aumento di frequentazione a cinema, teatri,
musei e concerti (rimane invece invariato per gli uomini il tempo dedicato agli
eventi sportivi!) sia per chi rimane single che per chi decide di costituire una
nuova unione. Al
2003 risultano 244.000 famiglie ricostituite di cui il 51% convive con i figli
della nuova e precedente unione, il 60% è costituito da separati/divorziati e
il 30% è composto da vedovi/e. Colti,
giovani, socialmente impegnati, autosufficienti, affermati nel lavoro, pronti a
ricominciare: più o meno questo il quadro di questa sempre più folta schiera
di persone che decide di sciogliere il proprio matrimonio. Sebbene
solo il 50% di tutte le separazioni legali si traducano poi in divorzi
effettivi, grazie alla relativa velocità e allo snellirsi delle procedure
burocratiche (per una separazione consensuale sono necessari 138 giorni) si sta
osservando quindi una crisi del matrimonio e un rimodellamento del concetto di
coppia e famiglia che rimane comunque il cardine della società italiana. Concludo
con un aforisma di Giovanni Verga: “il matrimonio è come una trappola per i
topi; quelli che sono dentro vorrebbero uscirne e gli altri girano intorno per
entrarvi”. A
però. Maria
Cristina Campanini Milano
30 agosto 2006 |
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