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Sito dell'Ordine dei Medici di Milano, settembre 2006

Desidero sottoporre al Consiglio dell’Ordine alcune considerazioni e una proposta, ringraziando in anticipo per la disponibilità di lettura.

Ho partecipato come commissario all’esame di stato  per l’abilitazione all’esercizio professionale e per la frequentazione del corso triennale di medicina generale. Ho inoltre scaricato da internet i quiz per l’ammissione alla facoltà di Medicina e Chirurgia, che sta diventando oggi sempre più “rosa”, con il 70% di laureate e una superiorità numerica femminile pari al  25% nella fascia dei giovani medici di età compresa tra i 25 e 34 anni.

Appartengo (purtroppo!!) a un’altra generazione, nella quale non esistevano ancora prove di ammissione alla facoltà; ho iniziato l’attività di medico di famiglia nel 1992  avendo acquisito (come tutti i miei coscritti)  un punteggio adeguato e sufficiente in graduatoria, frutto di  anni di “trincea” tra guardie mediche, sostituzioni di medici di famiglia, (piccolissime) borse di studio in ospedale, specialità in attività equipollente alla medicina interna.

Questo periodo di lavoro sul e per il territorio mi ha forse permesso o almeno facilitato di ritenermi potenzialmente in grado di avvicinarmi al lavoro di medicina di famiglia, iniziato con un entusiasmo che attualmente mantengo con non poca fatica, a causa delle sempre peggiori condizioni di lavoro, deludenti accordi contrattuali, dilagante burocrazia  e svilimento professionale.

Durante il training per l’inserimento come medico di famiglia ho lavorato senza tregua, sono stata in mezzo alla gente, l’ho ascoltata, curata, ho scoperto in me dosi di pazienza che ritenevo impensabili, ho “scoperto” che la visita medica rappresentava la punta di un iceberg fatto di comprensione, consolazione, condivisione, incoraggiamento, comunicazione, empatia, mi sono confrontata con altri “aspiranti”, ho sperimentato la forza di fare “gruppo” nelle allora poco accoglienti stanze della guardia medica. Condizioni ambientali pessime, stanchezza nauseante, remunerazione ridicola ma rapporto umano tra colleghi e pazienti di grande valore. Forse perché da giovani le capacità di adattamento sono superiori, ma ricordo quel periodo come bellissimo e se ci penso ancora sorrido.

Ora le condizioni sono cambiate (a parte la remunerazione ridicola che è rimasta cardine della nostra professione), sia in termini di preparazione che di approccio al lavoro, che di attività quotidiana.

Per quanto riguarda il test dell’esame di ammissione alla facoltà di Medicina esso è composto da domande di logica, cultura generale, biologia, chimica, attualità e molto di più. Vi riporto alcune domande della prova relativa all’anno accademico 2004-2005, graziandovi dalle risposte:

37. Nella specie umana, l’ultrafiltrato ottenuto a livello della capsula del Bowman del nefrone è costituito in condizioni normali da:

40. L’oogenesi, intesa come intero processo meiotico dall’oogonio diploide all’ovulo aploide, normalmente nella donna:

61. Lungo un periodo della tavola periodica, dal I al VII gruppo, il raggio atomico:

64. Un veicolo spaziale viaggia lontano da corpi celesti, a motore spento e con velocità V>0. Al tempo t1 accende i razzi posteriori ottenendo accelerazione a=+20 m/s2 e li spegne al tempo t2=t1+5 s, raggiungendo velocità V’:

79. Il rettangolo BCDE inscritto nella circonferenza di raggio r ha la base DC doppia dell'altezza BC=a e il triangolo ABE è isoscele. Quanto misura l'area del pentagono ABCDE?

Prescindendo dall’innegabile (e per me incomprensibile) contenuto tecnico dei quiz, non ho trovato nessun accenno a quello che credo dovrebbe essere la base formativa dei cosiddetti “lavoratori dell’aiuto”, cioè della predisposizione o capacità di acquisire doti di empatia e comunicazione con il paziente, desiderio di prendersi cura globalmente dello stesso, da non confondere con quel concetto di paternalistico assistenzialismo secondo il quale il lavoro sociale è una sorta di mal retribuita beneficenza e i medici scelgono questa professione perché missionari.

Non sono particolarmente diversi i  quiz per l’esame di stato di abilitazione alla professione o al corso di medicina generale rispetto a quelli per l’ammissione alla facoltà, pur presentando ovviamente delle maggiori difficoltà e indirizzo medico.

Sinceramente  ho la sensazione che, forse esagerando,  avremo aspiranti medici e poi professionisti che affronteranno il proprio lavoro quotidiano convinti di curare frotte di pazienti affetti da sindrome di Alport ed essendo in grado di spiegare perfettamente a una donna daltonica omozigote che sposa un uomo che vede normalmente, quale percentuale avrà di avere figli che vedono i colori o li confondono. Non sono così sicura che queste prove siano sufficienti (pur essendo necessarie) per aiutare un giovane di 18 anni se è davvero “portato” a fare questa professione, sempre più difficile al punto da diventare talora impossibile e difficilmente tollerabile.

Oggi più che mai si parla di burn-out, di medici che scoppiano, che bruciano, che non ce la fanno più a tirare avanti perché frustrati ed esauriti. Le cause di questa sindrome sono diverse e tra loro sinergiche: eccessiva idealizzazione della professione prima dell’entrata nel mondo del lavoro; aspettative disattese e mansioni inadeguate, organizzazione del lavoro disfunzionale. Tutto ciò a scapito della salute del medico e dei suoi assistiti.

Questa non è una situazione da sottovalutare in quanto oggi molti medici ( quindi sempre più donne), pressati da richieste, carichi di lavoro, burocrazia, denunce, vivono una condizione di pesantissimo stress con impressionante aumento di sindromi depressive fino al suicidio. Dati riportati sul Journal of Epidemiology and Community Health rivelano che le donne medico sono a rischio di commettere suicidio con una frequenza doppia rispetto alla restante popolazione femminile.

Chiedo pertanto il vostro parere in merito alla possibilità che l’Ordine possa intervenire, con il supporto delle strutture che riterrà opportune nel campo della scuola e  di colleghi per i test psico-attitudinali da distribuire durante l’ultimo anno di   frequenza della scuola superiore o da lasciare in sede informando le scuole stesse, per aumentare la capacità di autovalutazione dei giovani che pensano di avvicinarsi all’arte medica.

Ringraziandovi per l’attenzione rivoltami, invio cordiali saluti in attesa di vostro eventuale parere.

Maria Cristina Campanini

Milano 22 settembre 2006

 

 

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