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L’ISTAT ha pubblicato nel marzo 2007  i dati relativi all’indagine multiscopo  sulle “Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari” della popolazione italiana fotografata per l’anno 2005, con particolare attenzione alle informazioni sullo stato di salute, l’utilizzo dei servizi sanitari, alcuni fattori di rischio per la salute e comportamenti di prevenzione. Chi desiderasse approfondire l’argomento e leggere le tavole statistiche con i dati principali disaggregati a livello regionale può consultare il sito www.istat.it /sanita.

Dai dati rilevati dall’ISTAT risulta che il 61.3% delle persone di età superiore a 14 anni, alla domanda “come va in generale la sua salute?” ha risposto “bene” o “molto bene”; ovviamente il peggioramento dello stato complessivo è direttamente proporzionale all’età anagrafica, tanto che fino a 44 anni le percentuali di persone ambosessi che dichiarano di stare “male” o “molto male” sono inferiori al 2% per poi arrivare al 31.7% nella fascia degli anziani da 80 anni in su. Lo valutazione riferita dalle donne risulta peggiore rispetto agli uomini a partire dai 45 anni in su, con una forbice che si allarga con l’aumentare dell’età per il maggior numero di patologie croniche invalidanti. All’analoga domanda riferita allo stato fisico e psicologico si è osservato simile andamento qualitativo decrescente con l’età, sempre più accentuato per il sesso femminile.

La diffusione delle patologie  cronico-degenerative rappresenta un valido indicatore di salute, specie in quei paesi come l’Italia con elevato tasso di invecchiamento della popolazione. Le malattie croniche più diffuse tra la popolazione, estrapolate da 24 patologie, sono l’artrosi/artrite (18.3%), l’ipertensione (13.6%) e le malattie allergiche (con picchi di frequenza molto elevati durante l’infanzia, successivamente decrescenti). Le malattie croniche con maggiore prevalenza femminile sono l’artrosi/artrite (21.8 vs 14.6%), l’osteoporosi (9.2 vs 1.1%)e la cefalea (10.5 vs 4.7%). Gli uomini sono maggiormente colpiti da BPCO/enfisema (4.8 vs 4.2% con percentuali molto superiori per i soggetti  dai 65 anni in su) e infarto (2.4 vs 1.1%). Lo 0.5% della popolazione è affetto da malattia di Alzheimer o demenza senile, con percentuale doppia nel sesso femminile (0.6%).

Rispetto alla precedente indagine multiscopo del 2000 si osserva, soprattutto per gli anziani, un aumento percentuale di diabete, ipertensione, infarto miocardico, artrosi/artrite, osteoporosi, rimanendo invariate le percentuali di soggetti affetti da neoplasie e in netta diminuzione su tutta la popolazione la percentuale di soggetti sofferenti di ulcera peptica.

Complessivamente il 13.1% delle persone dichiara di soffrire di almeno una malattia “grave” e altrettanti di tre o più patologie croniche. Le donne presentano, in ogni classe di età, tassi di multicronicità nettamente più alti (16.7 vs 9.8% degli uomini) ma si osservano meno patologie croniche gravi durante l’invecchiamento (38.9 vs 45.5%).

Sono 2.600.000 le persone affette da disabilità (tenendo come riferimento di disabilità quanto riportato dall’ OMS: si è disabili quando si presentano gravi difficoltà in almeno una delle seguenti condizioni: confinamento a letto o in casa, difficoltà nello svolgimento della attività quotidiane, difficoltà nella comunicazione, vista, udito e parola). Due milioni di esse sono anziani; sebbene la popolazione anziana che vive in famiglia abbia registrato un aumento del 9% negli ultimi 5 anni, la quota di persone disabili risulta stabile nel tempo; se si analizza lo stesso dato con la standardizzazione per fasce di età il dato è invece in netta diminuzione (4.7 vs 5.7%), anche tra la popolazione anziana (18.8 vs 21.7%). Anche sotto questo punto di vista si osserva uno svantaggio femminile (6.1 vs 3.3%), presente in tutte le fasce di età confrontate e non legato quindi alla maggiore longevità delle donne. La disabilità pare essere fortemente associata ad altre forme patologiche croniche-degenerative con percentuali che vanno dal 60% per i disabili all’11.5% nella popolazione non disabile. La famiglia è l’istituzione che maggiormente sii prende cura del disabile; il 10.3% delle famiglie ha in casa almeno una persona con problemi di disabilità (al Sud la quota di famiglie che si fanno carico di familiari disabili è superiore del 30% rispetto alla popolazione del Nord).

Un dato forse abbastanza sorprendente per che non fa il medico di famiglia  è che il 45.2% della popolazione residente ha assunto farmaci nelle due settimane precedenti l’intervista; il 33% della popolazione dichiara di dover assumere farmaci regolarmente, a seguito di prescrizione medica. A logica, la rilevazione del consumo di farmaci aumenta con  l’età e viene confermata la tendenza già rilevata negli anni precedenti di un maggior consumo di farmaci da parte delle donne (50.7%) rispetto agli uomini (39.5%) e un maggior utilizzo al Nord rispetto al Sud e Isole.

Oltre l’80%  della popolazione effettua controlli della pressione, della glicemia e del colesterolo, con maggiore prevalenza femminile e un assottigliamento del dato per le età più avanzate; i controlli e l’attenzione verso la prevenzione sembrano essere più frequenti al Nord rispetto alle isole a al Sud Italia e più diffusi tra le persone con titolo di studio più elevato (laureati e diplomati).

Un terzo circa della popolazione si sottopone ai controlli di propria iniziativa o sotto suggerimento di una familiare, mentre è il medico a raccomandare i controlli nei rimanenti due terzi (il dato aumenta negli anziani e nei portatori di patologia  cronica).

Nelle due settimane precedenti l’intervista il 6.5% della popolazione (7.3 donne e 5.6% uomini) hanno effettuato una visita medica dal proprio medico di famiglia o dallo specialista in assenza di disturbi o malattie; questo dato, che deporrebbe per una maggiore attenzione alla prevenzione, arriva quasi al 10% nella popolazione anziana. Le regioni dove si rilevano le quote più alte di visite in assenza di disturbi sono Umbria, Trentino e Alto Adige, mentre Sicilia e Valle d’Aosta detengono il primato di minor quote. Il ricorso alle visite pare meno diffuso nella popolazione con status sociale e culturale meno elevato.

Complessivamente, nel mese precedente l’intervista sono state effettuate 31 milioni e 213 mila visite mediche, con una media di 1,9 visite a persona, di cui la metà dal medico di famiglia. La metà delle visite viene richiesto per malattie o disturbi, il 24.5% in assenza di malattie o sintomi, il 19.5% per prescrizione di ricette e il 2.1% per certificati. Rispetto alla precedente analisi del 2000 il numero complessivo delle visite è aumentato del 16.7% passando da 47 visite ogni 100 persone a 54 (soprattutto per la popolazione anziana). In particolare il numero di accessi al medico di famiglia è cresciuto del 20.5% contro il 10.5% delle visite specialistiche. Quasi due terzi delle visite vengono effettuate su popolazione con patologie croniche o gravi e circa la metà riguarda pazienti anziani.

Nelle quattro settimane precedenti l’intervista il 26.4% della popolazione ha effettuato accertamenti diagnostici (escludendo i ricoveri e gli esami in day hospital), di cui il 18.4% come esami di laboratorio. La percentuale degli esami effettuati alle donne è circa un terzo superiore rispetto a quella degli uomini.

Nei 3 mesi precedenti l’intervista  il 3.8% della popolazione è stata ricoverata, senza alcuna differenza di genere, con una diminuzione di circa il 17% sia delle persone che si ricoverano che del numero dei ricoveri rispetto ai dati di cinque anni fa. La proposta di ricovero viene dal medico di famiglia nel 24.4% dei casi, tramite il Pronto Soccorso nel 26.9%, da uno specialista nel 28.7% dei casi.

Con una scala di punteggi da 1 a 10, il 34% della popolazione di età superiore a 18 anni si dichiara soddisfatta (punteggio da 7 a 10) del Servizio Sanitario Nazionale, il 43.4% dà un punteggio intermedio (tra 5 e 6, percentualmente equamente suddivisi) il 17.2% manifesta insoddisfazione con punteggio tra 1 e 4 e il 5.4% non risponde. Le regioni in cui il giudizio pare essere meno soddisfacente sono la Calabria, la Puglia e la Sicilia, mentre Emilia Romagna, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige riscuotono il miglior giudizio come assistenza pubblica.

Come nota di curiosità la media di punteggio di gradimento di altri servizi di pubblica utilità è 5.9 (il più basso è per la RAI e il più alto per il servizio di acqua potabile, energia e gas). Come giudizio qualitativo circa un terzo dei cittadini pensa che il servizio sanitario nazionale stia peggiorando, mentre un po’ meno della metà che non ci siano stati sostanziali cambiamenti. Tra le regioni con miglior livello di soddisfazione la Lombardia, la Valle d’Aosta,  la Toscana e la Campania.

La figura professionale verso la quale il cittadino nutre maggiore fiducia è il medico di famiglia (64.3%), seguito dallo specialista privato (32.1%) e dallo specialista ospedaliero (13.3%).

Per la decisione di scelte sulla propria salute ci si rivolge perlopiù al medico di famiglia (65.8%), mentre il 14.9% della popolazione decide in modo autonomo dopo aver sentito pareri diversi, l’11.7% si rivolge a uno specialista privato e solo il 3.1% consulta un medico specialista della ASL. La frequentazione del medico di famiglia è più frequente tra la popolazione anziana (75.7%) , partendo però da livelli percentuali molto elevati anche nei giovani tra i 18 e 24 anni (62.2%).

La spesa sanitaria pubblica è suddivisa con il 10% per gli onorari medici, il 13% per i farmaci convenzionati, e per il 51% per l’assistenza ospedaliera, comprendendo in essa beni, servizi e farmaci utilizzati nelle strutture ospedaliere. Ben il  26% della spesa sanitaria viene accorpato sotto la voce “altro”. La spesa media italiana pro-capite per la medicina generale è di 95.59 euro all’anno, con punte di 121.32 per il Molise e 117.90 per la Basilicata (la Lombardia è tra le regioni a minor spesa e sotto la media nazionale con 93.25 euro a persona per anno). Secondo i dati pubblicati sul British Medical Journal i medici ospedalieri italiani (insieme a quelli spagnoli) sono i meno pagati d’Europa; risultano invece ai vertici della classifica degli stipendi i tedeschi e gli inglesi. Non diversa è la situazione per la medicina di famiglia: le retribuzioni in Italia sono circa la metà rispetto alla Francia e alla Germania, e più o meno un terzo rispetto alla Gran Bretagna (alcuni giornali londinesi hanno riportato però stipendi fino a 10 volte superiori rispetto ai nostri).  I punti dolenti non si fermano qui: in tutti i paesi fuorché in Italia, i medici hanno avuto un aumento retributivo pari al 30% dello stipendio, in base all’aumento del carico di lavoro, il progressivo avanzare dell’età media dei pazienti, il lievitare del costo della vita.  Va anche considerato che dallo stipendio del medico di famiglia vanno detratte le tasse (escluse quelle già applicate sullo stipendio stesso), le spese per la gestione dello studio, dei servizi ivi forniti, delle ferie e degli eventuali periodi di malattia.

Credo che, come segnalato in un recente congresso dal Presidente del Comitato Tecnico  Sanità della Confindustria Dott. Guido Riva, più che di costi della sanità sia, sulla base di questi numeri, necessario parlare di investimento per la salute, come opportunità di sviluppo nazionale, non vedendo possibile alcun ulteriore margine di compressione della spesa per mantenere in salute una popolazione che diventa via via sempre più anziana, che frequenta e apprezza con assiduità specie la medicina di famiglia. Questo dato di fatto, unito al miglioramento tecnologico che propone modelli e spinge sempre più verso l’utilizzo di tutto ciò che può migliorare o mantenere lo stato di salute, avrà l’effetto di incrementare la spesa e non certo di ridurla. I demografi hanno decretato recentemente che la bambine nate nel 2006 hanno una spettanza di vita di 100 anni. Non è poco in termini di spesa di salute. Le risorse finanziarie dedicate alla sanità si reputa siano insufficienti e ci si trincera dietro questo per autorizzare ed aumentare qualsiasi tipo di controllo (e successiva sanzione nonché denuncia) sui medici ridotti a burocrati erogatori di servizi e controllori della spesa. Mi domando se questa famigerata insufficienza di risorse  sia davvero strutturale o piuttosto  legata a inefficienze gestionali o a una scarsa  razionalizzazione della spesa che, dati alla mano, non può passare dalle restrizioni economiche ai medici, né ritengo corretto che siano sempre gli stessi (medici) a pagare (in tutti i sensi) le “inadempienze d’ufficio” (vedasi la recente vicenda delle trattenute decennali delle quote capitarie relative ai pazienti deceduti ma non comunicati alla ASL dalle istituzioni dell’anagrafe competente, o quelle degli extra-comunitari, o le cancellazioni temporanee/riattivazioni di pazienti che si sono recati all’estero).

Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

 

Maria Cristina Campanini

6 marzo 2007  

 

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