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Il
medico di famiglia tra cappa e spada Prendo
spunto dalle recenti vicende delle decine di medici denunciati dalle ASL come
iper-prescrittori e messi in mora dalle stesse e dalla Corte dei Conti, con
sistemi di controllo della spesa farmaceutica sempre più incombenti e
atteggiamento francamente inquisitorio. Si calcola che circa un terzo dei medici
di famiglia verranno chiamati prima o poi (ma entro fine 2007) a risarcire alla
Regione da poche a decine di migliaia di euro di farmaci indebitamente
prescritti non perché inadatti alle necessità del paziente, ma per difformità
prescrittive o non conformi alle note AIFA (ex note CUF), con un’analisi dei
costi retroattiva a partire dal 2002. Il
disagio nella conduzione quotidiana della nostra attività sta diventando sempre
più evidente e la difficoltà di mantenere l’equilibrio e la serenità
indispensabili per una corretta relazione medico-paziente è reale e concreta. Il
primo conflitto che si instaura è con il paziente che, vedendosi rifiutare la
prescrizione di un farmaco che pensa sia mutuabile (sebbene soggetto a note AIFA)
si mette in contrasto con il medico sentendosi mal-trattato, soprattutto se il
medicinale è stato prescritto da uno specialista. Il
conflitto è quella condizione sociale nella quale due persone si oppongono in
maniera evidente esprimendo un atteggiamento di resistenza reciproca; è un
elemento di crisi del rapporto relazionale se non addirittura il risultato del
fallimento relazionale, per uscire dal quale è necessario uno sforzo di
adattamento da parte di entrambi. Questo significa trovare una soluzione di
mediazione tra la reale e contingente possibilità di venire denunciati dalle
istituzioni perché inappropriati produttori di spesa e l’ essere abbandonati
dal paziente che perde il rapporto fiduciario e inizia un’estenuante
negoziazione che si conclude in una gara a braccio di ferro con fasi di
irrigidimento da timore del medico (no, mai !!!), fasi di cedimento (e va bene,
ecco fatto subito !!) e premio finale “la ricetta”, temibile boomerang. Non
sono in grado di inquadrare quali siano i limiti e le possibilità dell’arte
medica in tutte le infinite sfaccettature della cura del paziente che si affida
a noi, anche perché le aspettative della nostra utenza sono talora
irrealistiche e illusorie (la cultura dell’efficienza, la rimozione della
vecchiaia, la pretesa dell’immortalità come ingannevole obbligo di guarire
subito, non ammalarsi e forse non morire mai). Siamo
arrivati a diagnosi negoziate o
“fai-da-te” (“voglio fare
tutti gli esami”, “mi scriva una TAC dalla testa ai piedi”) , a richieste
improbabili in parte fomentate dai media (trasmissioni televisive, riviste,
perfino quiz), all’esigenza di ottenere risposte immediate (“mi metta il
bollino verde delle urgenze”), all’ ignoranza del fatto che il medico sia
soggetto a regole e controlli (e che controlli !) per cui possa, a suo
piacimento, concedere o meno favori prescrittivi o trascrittivi (“mi ha detto
il farmacista che il farmaco è mutuabile e che se lei vuole me lo può
scrivere”), alla non consapevolezza della valenza legale dei certificati
(“ma cosa vuole che sia? È solo un pezzo di carta…”). Dall’altra parte
della barricata scrivania il medico,
pressato dalle denunce per malpractice che porta a un atteggiamento successivo
di “medicina difensiva” , sul ring della contrattazione con il paziente fino
alla svilimento del rapporto con lo stesso, sul banco degli imputati perché
denunciato come inappropriato erogatore di servizi. L’insofferenza
nasce quindi anche dal conflitto interiore riguardo la contraddizione tra ciò
che si sa e si dovrebbe applicare perentoriamente e ciò che si finisce per fare
per evitare lo sfinimento relazionale con paziente, in un alternarsi di giornate
in cui si riesce a seguire la “regola” a qualsiasi costo e giornate in cui
si cede alla superficialità e si accetta la “trasgressione” pur conoscendo
il rischio a cui si va incontro. Un altro elemento di disturbo è legato alla
necessità di adeguamento alle richieste dei
colleghi specialisti o delle istituzioni (ospedali, case di cura accreditate)
che talora disattendono le normative prescrittive successive al consulto
effettuato. Solitamente il paziente, che ha meno confidenza e familiarità, non
negozia con lo specialista e accetta senza discutere e chiedendo scarse
informazioni o giustificazioni delle cure proposte, riconoscendone un ruolo di
maggior potere e superiorità, favorito anche dalla limitata relazione nel
tempo. Ogni
conflitto prevede una trasformazione perché possa essere superato. Lo scontro
deve quindi permettere a tutte le parti in causa di rivedere la propria e
l’altrui posizione fino a una corretta distribuzione di sapere e potere, nel
più assoluto rispetto della relazione individuale ed empatica del medico con il
paziente e non solo con la patologia che sta curando.
Questo a oggi sta diventando sempre più difficile perché la funzione
del medico di medicina generale viene caricata prevalentemente del ruolo di
arbitro moderatore tra consumatori sempre più esigenti – i pazienti – e i
controllori della spesa – ASL e Regione. Il
ruolo del vecchio medico di “famiglia” è quindi sempre più marginalizzato,
avendo attualmente come ultimo mezzo di sopravvivenza la continuità della
relazione con il paziente. La finalità del medico di oggi è vista sempre più
nell’ottica del governo clinico in termini di amministratore economico e sul
controllo nell’erogazione delle cure prestate dal servizio sanitario
nazionale: non si chiede solo di guarire ma soprattutto di gestire le risorse di
cura attraverso protocolli, linee guida, percorsi diagnostico-terapeutici,
adeguamento al budget e ai tetti di spesa. Medici come manager, in un ruolo che
non abbiamo scelto, che non ci appartiene, accettando il termine di medico di
medicina generale come aggettivo riferito alla valutazione complessiva dello
stato globale del nostro assistito. La
necessità di trovare una soluzione tra medici – pazienti – istituzioni è
direttamente proporzionale alla possibilità di poter continuare a lavorare come
professionisti. Questa lotta basata sulle prese di posizione si sta dimostrando
un massacro, incompatibile con la vita professionale. Mi
auguro che si possa, in questo durissimo contrasto, arrivare a una soluzione di
mediazione che preveda disponibilità da parte di tutti, rispetto della nostra
attività, maggiore informazione dei cittadini e delle associazioni che li
rappresentano, migliore e corretta diffusione da parte dei media, condivisione
della responsabilità nell’utilizzo delle risorse e attenta valutazione delle
stesse da parte di medici ma anche dei cittadini e delle istituzioni, migliore
utilizzo delle stesse, considerazione e valutazione di quanto sia invivibile la
condizione in cui siamo costretti a lavorare. Questa
è una battaglia in cui non devono risultare vincitori o vinti ma in cui è
necessario con-vincere, in un rapporto trasparente, affidabile e riconosciuto
come fondamentale per la cura delle persone. Maria
13
dicembre 2006
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