Si
inquadra quindi come un insieme di sintomi che testimoniano l’evenienza
di una patologia comportamentale a carico di tutte quelle professioni in
cui è elevata l’implicazione relazionale. Le manifestazioni del burn
out non combaciano con lo stress pur condividendone molti aspetti.
Per
cercare di chiarire meglio il concetto
cerchiamo dunque la definizione
di stress: “forza che applicata a una struttura data induce, in funzione
della sua intensità, tensione reversibile,
oppure deformazione irreversibile,oppure rottura di quella stessa
struttura”.
Se
utilizziamo al posto del vocabolario comune il dizionario di ergonometria
della CEE la definizione diventa: complesso di variazioni reversibili o
irreversibili nell’organismo, misurabili con metodi fisiologici o
biochimici, causati da fattori esterni o di origine psicologica o sociale,
capaci di indurre un abbassamento delle prestazioni.
Parliamo
quindi di una parola che oggi viene molto utilizzata e che, già nella sua
definizione, sottende un significato complesso e realmente pericoloso.
Possiamo dire che lo stress è una concausa del burn out e ne rappresenta
una parte, così come la nevrosi, che riguarda però un disturbo più
ampio della personalità e non è specificamente indirizzata al ruolo
lavorativo.
Il
piano sanitario nazionale 2003-2005 riconosce che il burn out rientra tra
le patologie da rischi emergenti legati a fattori psico-sociali e
correlati allo stress, e lo inquadra tra i temi della “salute e
sicurezza nell’ambiente di lavoro”. Nel DL 27/4/2004 (GU 134 –
10/06/2006) il Ministero del Lavoro ha aggiornato l’elenco delle
patologie per cui è obbligatoria la denuncia all’INAIL
da parte del medico inserendo tra i “nuovi agenti patogeni” le
disfunzioni dell’organizzazione del lavoro e le malattie ad esse
connesse.
Sarebbe
quindi auspicabile oltre a uno screening preliminare ai corsi universitari
anche una serie di test periodici rivolti ai professionisti dell’aiuto
per valutare il “disagio aziendale” (la valutazione del cosiddetto
clima organizzativo) e individuale (le patologie psichiatriche correlate
alle problematiche aziendali).
Come
si manifesta la sindrome del burn out?
I
sintomi si riassumono in tre categorie, combinate o sequenziali:
è
comportamento
che testimonia un importante disinvestimento sul lavoro
è
eventi
autodistruttivi (disturbi psicosomatici, distrazione e incapacità di
concentrazione con aumento del numero di incidenti)
è
eventi
eterodistruttivi verso gli utenti (reazioni negative verso gli altri,
indifferenza, aggressività, spersonalizzazione del rapporto).
Una
specie di esaurimento, appiattimento, spegnimento emozionale legato a una
profonda insoddisfazione lavorativa. Questo fenomeno non è solo
individuale ma viene ultimamente letto come un vero e proprio indicatore
delle inadeguatezze organizzative e socio-economiche dei professionisti
dell’aiuto.
I
sintomi psicologici di chi è affetto da sindrome del
burn outsono frequenti e comuni, perlopiù rappresentati da senso
di colpa, negativismo, isolamento e ritiro, rigidità di pensiero,
sospetto fino alla paranoia, esaurimento, apatia, insonnia, con differenti
e variabili alterazioni del tono dell’umore. In pratica il persistere di
questo disagio porta un progressivo disinvestimento affettivo con perdita
di entusiasmo, disistima verso se stessi, cinismo nei confronti degli
assistiti, competizione esasperata verso i colleghi e ripercussioni
successive anche all’interno della vita extra-professionale e familiare.
Questo progressivo inaridimento emozionale, aggravato dalla
colpevolizzazione verso se stessi fino all’indifferenza e alla chiusura
verso il mondo esterno, si
concreta in depressione e disperazione esistenziale.
Nel
corso di questa “discesa verso l’inferno” è frequente il maggior
consumo di alcool, caffè, tabacco, psicofarmaci. Solo nel periodo
compreso tra il 1988 e il 1996
il consumo di antidepressivi è cresciuto di oltre il 50% e altrettanto
negli ultimi 10 anni. Dal 2000 al 2003 l’uso di questi farmaci (perlopiù
inibitori del re-uptake della serotonina) è aumentato di oltre il 75% in
termini di dosi giornaliere.
Quali
sono le cause principali di questa sindrome?
Esistono
tre cause, variamente combinate tra loro:
è
eccesso di
idealizzazione e aspettativa precedente all’entrata nel mondo del lavoro
è
mansione
lavorativa frustrante o inadeguata rispetto alle aspettative
è
disorganizzazione
del lavoro o comunque organizzazione non funzionale
Questo
sta comunque a significare che un’accurata selezione e reclutamento del
personale che esercita la professione di aiuto, un’adeguata formazione e
una migliore organizzazione del lavoro sarebbero la migliore prevenzione
della sindrome del burn out e comporterebbero anche un miglioramento della
qualità dei servizi di aiuto.
Ma
quali sono le premesse al possibile instaurarsi del burn out?
Esistono
alcuni presupposti che riguardano le professioni di aiuto che vanno
ridimensionati e rivisti. La prima leggenda da sfatare è legata a
quell’ideologia di tipo assistenziale che induce a pensare che chi si
occupa di “sociale” lo faccia perché si sente investito da un ruolo
missionario e quindi qualsiasi retribuzione sia comunque non dovuta o
eccessiva, come a dire che la professione di aiuto non sarebbe un vero e
proprio lavoro che come tale va pagato(considerato poi che salvaguardia e
cura il bene più prezioso per l’uomo), ma una vocazione, una specie di
atto solidale dovuto, una dedizione totale e assoluta senza limiti di
tempo e spazio, un bonus per il paradiso. Finchè questo mito rimarrà, il
professionista dell’aiuto partirà da un eccesso di idealizzazione della
propria professione, salvo delusioni del percorso formativo, frustrazioni
in quello lavorativo (ammesso di trovare la possibilità di impiego) e
burn out finale. A questo punto subentra il problema del reclutamento
pre-universitario del percorso di formazione che deve in qualche modo
subire una selezione più accurata. Questo non significa impedire agli
studenti di accedere ai corsi e alle facoltà che formano i professionisti
dell’aiuto, ma sicuramente di informarli esattamente e preventivamente
su quello che dovranno affrontare. Torniamo quindi alla necessità,
secondo me, di avere a disposizione una serie di test psicologici e
attitudinali prima dell’ammissione all’università che permettano al
singolo studente di valutare se stesso in termini di predisposizione al
tipo di lavoro, consapevolezza, pazienza, self-control, empatia, capacità
gestionale di sé e degli altri, onde evitare di procurare danni
successivi a se stesso e agli assistiti.
Attualmente
i quiz per l’ammissione alla facoltà di Medicina e Chirurgia o per la
scuola di Medicina Generale sono estremamente e assolutamente
teorico-cognitivi, al punto di risultare quasi
improponibili a chi è già abilitato e da anni lavora nel settore
della sanità.
Secondo
mito da sfatare è che la professione di aiuto debba essere inquadrata in
regole e schemi rigidi e prefissati. Il lavoro di aiuto è per sua natura
libero (diamo per scontato che l’operatore sia una persona consapevole
del ruolo che riveste). La libertà deve partire dal diritto (non dovere)
dell’operatore di aggiornarsi e formarsi senza obbligo di raccolta di
corsi a punti come si trattasse di un concorso a premi. Deve inoltre
essere concessa all’operatore una discrezionalità dei mezzi impiegati
alleggerendo almeno in parte una buona parte del lavoro quotidiano
prettamente routinario, burocratico e amministrativo. Tale libertà
comprende anche la possibilità che la professione di aiuto debba essere
adeguatamente retribuita e abbia congrue gratificazioni di carriera e
riconoscimento di potere e prestigio. Tale libertà presuppone anche la
massima opportunità dell’operatore di instaurare un rapporto stretto e
assolutamente personale con il proprio assistito che godrà così il
privilegio di essere, durante il difficile percorso della malattia, non un
utente a carico di un erogatore di servizi, ma il paziente che si affida
con fiducia al medico si prende cura globalmente di lui e delle sue
personali necessità. Tale libertà dovrebbe infine comprendere anche
l’impossibilità di essere “diretti” e “comandati” per quanto
riguarda il contenuto del lavoro svolto, essendo questo un compito
dipendente dai bisogni dell’utente (e qui torniamo al presupposto della
discrezionalità e autonomia dell’operatore). La piramide gerarchica
inevitabilmente presente anche nella professione di aiuto dovrebbe quindi
essere responsabile non di un ruolo di controllo vessatorio e repressivo
ma di supporto, di stimolo della qualità, di incentivi reali per un
miglioramento del clima lavorativo generale come prima prevenzione del
dilagante burn out.
Quanti
sono i casi di burn out?
Tanti,
troppi e in continuo aumento. Già diversi anni fa, nel 2001, i dati di
uno studio condotto in un Ospedale del centro Italia ottenuti con
l’utilizzo di test psicometrici e una check list per misurare i sintomi
somatici e psichici relativi allo stress occupazionale, rivelano che il
56% dei medici ospedalieri, il 50% di quelli della medicina generale e il
70% degli infermieri sono “bruciati”, con una netta prevalenza nel
gruppo delle donne e dei giovani (per i medici) e delle donne più anziane
(per le infermiere). Va inoltre notato che è stata rilevata una tendenza
al suicidio nelle donne medico al suicidio doppia rispetto alla
popolazione femminile di controllo.
Ma
come si passa dal disagio occupazionale al burn-out? Perché i medici
“scoppiano”?
Perché
sono oberati di lavoro burocratico, non supportati e mal pagati. I
politici promettono o millantano una sanità ideale e i medici si trovano
poi in prima linea (spesso anche gli uni contro gli altri per problemi di
budget aziendali), quotidianamente, nelle proprie postazioni di lavoro, a
dover giustificare le inadempienze e le disfunzioni del servizio sanitario
nazionale. Questa sempre più difficile modalità di rapporto e
interfaccia con il proprio assistito, unito al progressivo svilimento e
inaridimento del rapporto empatico alla base della nostra professione,
spiega almeno in parte le 15.000 denunce/anno verso i medici da parte dei
pazienti (è stato calcolato che in 20 anni di attività ogni medico ha
l’80% di probabilità di essere denunciato per malpractice, con un
aumento del 148% nel periodo 1994-2002, malgrado l’Organizzazione
Mondiale della Sanità valuti l’Italia al secondo posto nel mondo come
qualità delle cure erogate). Vero è che il 75% dei medici denunciati
viene successivamente assolto, ma altrettanto innegabile è che
questi lunghi e costosi procedimenti
penali tanto interferiscono sulla qualità della vita professionale ed
extra-professionale del medico stesso. Non va inoltre sottovalutato che
questo boom di denunce sta portando il medico ad assumere un comportamento
di “medicina difensiva”, stando quindi più attento alla componente
“legale” degli esami e terapie prescritte che non alla loro effettiva
efficacia; vengono così prescritti esami e cure in eccesso rispetto a
quanto necessario per cautelarsi da eventuali successivi contenziosi
legali: oltre il 70% dei medici americani ha dichiarato di praticare la
medicina difensiva (con evidente aumento dei costi sociali), per tutelarsi
dalle denunce.
Disagio
occupazionale, stress e burn out sono sicuramente fonte di errori medici
oltre che di ridotta capacità relazionale e peggioramento della qualità
del servizio, con conseguente aumento delle denunce e successivo
conseguente atteggiamento di medicina difensiva da parte del medico, in un
circolo vizioso che risulta pericoloso e costoso per l’operatore e per
l’utente.
Un
miglioramento del reclutamento e della formazione, una maggiore
consapevolezza dello studente e del professionista in termini di
motivazioni e aspettative, un’ inderogabile autonomia e discrezionalità
dell’operatore all’interno dell’organizzazione aziendale, un
risanamento del clima lavorativo conflittuale e disgregato per migliorare
la soddisfazione degli operatori e degli utenti: queste le armi per
iniziare a combattere il pericoloso e dilagante disagio occupazionale dei
professionisti dell’aiuto che vanno incontro al burn out.
Gli
psichiatri da tempo insegnano che qualsiasi organizzazione si garantisce
la salute solo attraverso una permanente ricerca su se stessa. A questo
punto e con questi presupposti ciò appare urgente e indispensabile.
Sempre che riteniamo ancora che la Salute dell’uomo abbia un valore.
Maria
Cristina Campanini
16
ottobre 2006