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Burn out letteralmente vuol dire spegnersi o bruciarsi. La sindrome del burn out è stata descritta negli anni ‘70 da Maslach some una specifica malattia professionale dei lavoratori dell’aiuto. Le professioni dell’aiuto sono tutte quelle in cui si utilizzano non solo competenze tecniche ma anche capacità sociali ed energie psichiche per soddisfare i bisogni degli utenti (quindi non solo medici ma anche infermieri, psicologi, assistenti socio-sanitari, personale di servizio, educatori, insegnanti…).

Si inquadra quindi come un insieme di sintomi che testimoniano l’evenienza di una patologia comportamentale a carico di tutte quelle professioni in cui è elevata l’implicazione relazionale. Le manifestazioni del burn out non combaciano con lo stress pur condividendone molti aspetti.

Per cercare di chiarire meglio il concetto  cerchiamo dunque la  definizione di stress: “forza che applicata a una struttura data induce, in funzione della sua intensità, tensione reversibile,  oppure deformazione irreversibile,oppure rottura di quella stessa struttura”.

Se utilizziamo al posto del vocabolario comune il dizionario di ergonometria della CEE la definizione diventa: complesso di variazioni reversibili o irreversibili nell’organismo, misurabili con metodi fisiologici o biochimici, causati da fattori esterni o di origine psicologica o sociale, capaci di indurre un abbassamento delle prestazioni.

Parliamo quindi di una parola che oggi viene molto utilizzata e che, già nella sua definizione, sottende un significato complesso e realmente pericoloso. Possiamo dire che lo stress è una concausa del burn out e ne rappresenta una parte, così come la nevrosi, che riguarda però un disturbo più ampio della personalità e non è specificamente indirizzata al ruolo lavorativo.

Il piano sanitario nazionale 2003-2005 riconosce che il burn out rientra tra le patologie da rischi emergenti legati a fattori psico-sociali e correlati allo stress, e lo inquadra tra i temi della “salute e sicurezza nell’ambiente di lavoro”. Nel DL 27/4/2004 (GU 134 – 10/06/2006) il Ministero del Lavoro ha aggiornato l’elenco delle patologie per cui è obbligatoria la denuncia all’INAIL  da parte del medico inserendo tra i “nuovi agenti patogeni” le disfunzioni dell’organizzazione del lavoro e le malattie ad esse connesse.

Sarebbe quindi auspicabile oltre a uno screening preliminare ai corsi universitari anche una serie di test periodici rivolti ai professionisti dell’aiuto per valutare il “disagio aziendale” (la valutazione del cosiddetto clima organizzativo) e individuale (le patologie psichiatriche correlate alle problematiche aziendali).

Come si manifesta la sindrome del burn out?

I sintomi si riassumono in tre categorie, combinate o sequenziali:

è  comportamento che testimonia un importante disinvestimento sul lavoro

è  eventi autodistruttivi (disturbi psicosomatici, distrazione e incapacità di concentrazione con aumento del numero di incidenti)

è  eventi eterodistruttivi verso gli utenti (reazioni negative verso gli altri, indifferenza, aggressività, spersonalizzazione del rapporto).

Una specie di esaurimento, appiattimento, spegnimento emozionale legato a una profonda insoddisfazione lavorativa. Questo fenomeno non è solo individuale ma viene ultimamente letto come un vero e proprio indicatore delle inadeguatezze organizzative e socio-economiche dei professionisti dell’aiuto.

I sintomi psicologici di chi è affetto da sindrome del  burn outsono frequenti e comuni, perlopiù rappresentati da senso di colpa, negativismo, isolamento e ritiro, rigidità di pensiero, sospetto fino alla paranoia, esaurimento, apatia, insonnia, con differenti e variabili alterazioni del tono dell’umore. In pratica il persistere di questo disagio porta un progressivo disinvestimento affettivo con perdita di entusiasmo, disistima verso se stessi, cinismo nei confronti degli assistiti, competizione esasperata verso i colleghi e ripercussioni successive anche all’interno della vita extra-professionale e familiare. Questo progressivo inaridimento emozionale, aggravato dalla colpevolizzazione verso se stessi fino all’indifferenza e alla chiusura verso il mondo esterno,  si concreta in depressione e disperazione esistenziale.

Nel corso di questa “discesa verso l’inferno” è frequente il maggior consumo di alcool, caffè, tabacco, psicofarmaci. Solo nel periodo compreso tra il 1988  e il 1996 il consumo di antidepressivi è cresciuto di oltre il 50% e altrettanto negli ultimi 10 anni. Dal 2000 al 2003 l’uso di questi farmaci (perlopiù inibitori del re-uptake della serotonina) è aumentato di oltre il 75% in termini di dosi giornaliere.

Quali sono le cause principali di questa sindrome?

Esistono tre cause, variamente combinate tra loro:

è  eccesso di idealizzazione e aspettativa precedente all’entrata nel mondo del lavoro

è  mansione lavorativa frustrante o inadeguata rispetto alle aspettative

è  disorganizzazione del lavoro o comunque organizzazione non funzionale

Questo sta comunque a significare che un’accurata selezione e reclutamento del personale che esercita la professione di aiuto, un’adeguata formazione e una migliore organizzazione del lavoro sarebbero la migliore prevenzione della sindrome del burn out e comporterebbero anche un miglioramento della qualità dei servizi di aiuto.

Ma quali sono le premesse al possibile instaurarsi del burn out?

Esistono alcuni presupposti che riguardano le professioni di aiuto che vanno ridimensionati e rivisti. La prima leggenda da sfatare è legata a quell’ideologia di tipo assistenziale che induce a pensare che chi si occupa di “sociale” lo faccia perché si sente investito da un ruolo missionario e quindi qualsiasi retribuzione sia comunque non dovuta o eccessiva, come a dire che la professione di aiuto non sarebbe un vero e proprio lavoro che come tale va pagato(considerato poi che salvaguardia e cura il bene più prezioso per l’uomo), ma una vocazione, una specie di atto solidale dovuto, una dedizione totale e assoluta senza limiti di tempo e spazio, un bonus per il paradiso. Finchè questo mito rimarrà, il professionista dell’aiuto partirà da un eccesso di idealizzazione della propria professione, salvo delusioni del percorso formativo, frustrazioni in quello lavorativo (ammesso di trovare la possibilità di impiego) e burn out finale. A questo punto subentra il problema del reclutamento pre-universitario del percorso di formazione che deve in qualche modo subire una selezione più accurata. Questo non significa impedire agli studenti di accedere ai corsi e alle facoltà che formano i professionisti dell’aiuto, ma sicuramente di informarli esattamente e preventivamente su quello che dovranno affrontare. Torniamo quindi alla necessità, secondo me, di avere a disposizione una serie di test psicologici e attitudinali prima dell’ammissione all’università che permettano al singolo studente di valutare se stesso in termini di predisposizione al tipo di lavoro, consapevolezza, pazienza, self-control, empatia, capacità gestionale di sé e degli altri, onde evitare di procurare danni successivi a se stesso e agli assistiti.

Attualmente i quiz per l’ammissione alla facoltà di Medicina e Chirurgia o per la scuola di Medicina Generale sono estremamente e assolutamente teorico-cognitivi, al punto di risultare quasi  improponibili a chi è già abilitato e da anni lavora nel settore della sanità.

Secondo mito da sfatare è che la professione di aiuto debba essere inquadrata in regole e schemi rigidi e prefissati. Il lavoro di aiuto è per sua natura libero (diamo per scontato che l’operatore sia una persona consapevole del ruolo che riveste). La libertà deve partire dal diritto (non dovere) dell’operatore di aggiornarsi e formarsi senza obbligo di raccolta di corsi a punti come si trattasse di un concorso a premi. Deve inoltre essere concessa all’operatore una discrezionalità dei mezzi impiegati alleggerendo almeno in parte una buona parte del lavoro quotidiano prettamente routinario, burocratico e amministrativo. Tale libertà comprende anche la possibilità che la professione di aiuto debba essere adeguatamente retribuita e abbia congrue gratificazioni di carriera e riconoscimento di potere e prestigio. Tale libertà presuppone anche la massima opportunità dell’operatore di instaurare un rapporto stretto e assolutamente personale con il proprio assistito che godrà così il privilegio di essere, durante il difficile percorso della malattia, non un utente a carico di un erogatore di servizi, ma il paziente che si affida con fiducia al medico si prende cura globalmente di lui e delle sue personali necessità. Tale libertà dovrebbe infine comprendere anche l’impossibilità di essere “diretti” e “comandati” per quanto riguarda il contenuto del lavoro svolto, essendo questo un compito dipendente dai bisogni dell’utente (e qui torniamo al presupposto della discrezionalità e autonomia dell’operatore). La piramide gerarchica inevitabilmente presente anche nella professione di aiuto dovrebbe quindi essere responsabile non di un ruolo di controllo vessatorio e repressivo ma di supporto, di stimolo della qualità, di incentivi reali per un miglioramento del clima lavorativo generale come prima prevenzione del dilagante burn out.

Quanti sono i casi di burn out?

Tanti, troppi e in continuo aumento. Già diversi anni fa, nel 2001, i dati di uno studio condotto in un Ospedale del centro Italia ottenuti con l’utilizzo di test psicometrici e una check list per misurare i sintomi somatici e psichici relativi allo stress occupazionale, rivelano che il 56% dei medici ospedalieri, il 50% di quelli della medicina generale e il 70% degli infermieri sono “bruciati”, con una netta prevalenza nel gruppo delle donne e dei giovani (per i medici) e delle donne più anziane (per le infermiere). Va inoltre notato che è stata rilevata una tendenza al suicidio nelle donne medico al suicidio doppia rispetto alla popolazione femminile di controllo.

Ma come si passa dal disagio occupazionale al burn-out? Perché i medici “scoppiano”?

Perché sono oberati di lavoro burocratico, non supportati e mal pagati. I politici promettono o millantano una sanità ideale e i medici si trovano poi in prima linea (spesso anche gli uni contro gli altri per problemi di budget aziendali), quotidianamente, nelle proprie postazioni di lavoro, a dover giustificare le inadempienze e le disfunzioni del servizio sanitario nazionale. Questa sempre più difficile modalità di rapporto e interfaccia con il proprio assistito, unito al progressivo svilimento e inaridimento del rapporto empatico alla base della nostra professione, spiega almeno in parte le 15.000 denunce/anno verso i medici da parte dei pazienti (è stato calcolato che in 20 anni di attività ogni medico ha l’80% di probabilità di essere denunciato per malpractice, con un aumento del 148% nel periodo 1994-2002, malgrado l’Organizzazione Mondiale della Sanità valuti l’Italia al secondo posto nel mondo come qualità delle cure erogate). Vero è che il 75% dei medici denunciati viene successivamente assolto, ma altrettanto innegabile è  che questi lunghi e costosi  procedimenti penali tanto interferiscono sulla qualità della vita professionale ed extra-professionale del medico stesso. Non va inoltre sottovalutato che questo boom di denunce sta portando il medico ad assumere un comportamento di “medicina difensiva”, stando quindi più attento alla componente “legale” degli esami e terapie prescritte che non alla loro effettiva efficacia; vengono così prescritti esami e cure in eccesso rispetto a quanto necessario per cautelarsi da eventuali successivi contenziosi legali: oltre il 70% dei medici americani ha dichiarato di praticare la medicina difensiva (con evidente aumento dei costi sociali), per tutelarsi dalle denunce.

Disagio occupazionale, stress e burn out sono sicuramente fonte di errori medici oltre che di ridotta capacità relazionale e peggioramento della qualità del servizio, con conseguente aumento delle denunce e successivo conseguente atteggiamento di medicina difensiva da parte del medico, in un circolo vizioso che risulta pericoloso e costoso per l’operatore e per l’utente.

Un miglioramento del reclutamento e della formazione, una maggiore consapevolezza dello studente e del professionista in termini di motivazioni e aspettative, un’ inderogabile autonomia e discrezionalità dell’operatore all’interno dell’organizzazione aziendale, un risanamento del clima lavorativo conflittuale e disgregato per migliorare la soddisfazione degli operatori e degli utenti: queste le armi per iniziare a combattere il pericoloso e dilagante disagio occupazionale dei professionisti dell’aiuto che vanno incontro al burn out.

Gli psichiatri da tempo insegnano che qualsiasi organizzazione si garantisce la salute solo attraverso una permanente ricerca su se stessa. A questo punto e con questi presupposti ciò appare urgente e indispensabile. Sempre che riteniamo ancora che la Salute dell’uomo abbia un valore.

Maria Cristina Campanini

16 ottobre 2006

 

 

 

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