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La Commissione
europea ha stilato un proprio documento strategico sull’alcool; esso comprende
tutte le attività in atto a livello informativo e preventivo e riporta
un’analisi dell’impatto sociale, sanitario ed economico dell’alcool in
Europa. Osserveremo alcuni di questi dati confrontandoli con altri dell’OMS e
dell’Eurisko sulla realtà italiana. L’Europa ha
un ruolo fondamentale nel mercato dell’alcool, fornendo un quarto di tutta la
produzione e oltre la metà della quota di vino. All’interno degli scambi
commerciali si parla di un bilancio di 9 miliardi di euro all’anno (esclusa la
quota non irrilevante persa per frode). I redditi derivanti dalla tassazione di
bevande alcoliche rappresentavano nel 2001 (con un’Unione Europea di 15 stati)
una fonte di guadagno superiore al consumo generale di alcool e pari a circa 25
miliardi di euro. Nel guadagno economico vanno ovviamente inclusi i 750.000
posti di lavoro per la produzione del vino oltre a tutti quelli della catena
dell’offerta (locali e negozi). Sull’altro piatto della bilancia dei costi
va calcolato l’impatto sociale dell’alcool sulla popolazione europea: in
base ai dati dell’OMS il consumo di alcool incide sulla società una cifra di
difficile stima ma valutata fino al 5% del PIL. Dati del 2003 riportano una
spesa di 125 miliardi di euro (1.3% del PIL) ma solo per il cosiddetto costo
tangibile (malattia, assenteismo, disoccupazione, anni di lavoro persi per morti
premature); deve poi essere considerato anche il costo intangibile, cioè quel
valore che le persone danno al dolore, alla sofferenza e alla perdita della vita
a causa dei danni sociali, sanitari e criminosi legati all’alcool. Tale
valutazione risulta complessa e forse impossibile: i dati di diversi istituti di
ricerca la quantificano però in cifre variabili da Ma quanto si
beve in Europa? L’Unione
Europea è la regione con il consumo di alcool più alto al mondo e pari a circa
Gli episodi di
intossicazione hanno invece una distribuzione di frequenza variabile con una
percentuale superiore verso il nord Europa. Questa tendenza però si attenua
quando ci si riferisce al binge drinking
(l’abitudine di bere 5 o più bevande alcoliche in un’unica occasione,
lontano dai pasti). Tale abitudine è praticata da circa 100 milioni di
cittadini europei almeno una volta al mese. Se da un lato
266 milioni di adulti bevono alcool seguendo i suggerimenti dell’OMS che
consiglia di non superare i 20g etanolo/die (circa due bicchieri di vino) per le
donne e 40g per gli uomini, dall’altro oltre 58 milioni di cittadini (15%)
consumano alcolici in dosaggio superiore e di questi circa la metà raddoppiano
le dosi massime consigliate (ricordiamo che i grammi di alcool di una bevanda si
ottengono moltiplicando il grado alcolico per 0.79). Se consideriamo la dipendenza più che i livelli di consumo i dati riportano che in un anno 23 milioni di europei (5% uomini e 1% donne) sono alcool-dipendenti. Il discorso però
assume toni diversi e preoccupanti nella fascia dei giovani. L’iniziazione
all’alcool avviene a 12 anni e mezzo. La prima ubriacatura a 14. Oltre il 90%
degli studenti dichiarano di usare alcool in diversi momenti della vita perché
rende più allegri e spontanei. La quantità media utilizzata è di 60g a bevuta
(40g nel sud Europa). Nella stessa fascia di età il 13% dei ragazzi dichiara di
essersi già ubriacato oltre 20 volte nel corso della vita e il 18% ha avuto
episodi di binge drinking almeno una
volta alla settimana. I ragazzi bevono di più delle ragazze ma nel mondo
femminile sono in aumento gli episodi di binge
drinking e negli ultimi anni in alcuni paesi gli episodi di ubriacatura sono
più frequenti nelle ragazze. E’ stato stimato che l’alcool sia responsabile di almeno una sessantina di differenti tipi di danni, tra quelli sanitari e sociali. Esso è infatti responsabile del 9% della spesa sanitaria europea e risulta uno dei fattori di rischio più importanti per la salute dell’uomo. Si calcola che il 7.4% di tutte le disabilità e le morti premature in Europa siano attribuibili all’abuso di alcool che risulta così il terzo dei 26 fattori di rischio per la salute (complessivamente in Europa ogni anno si contano 195.000 morti per problemi alcool-correlati). Circa 7 milioni
di adulti dichiarano di essere stati coinvolti nell’ultimo anno in risse dopo
aver bevuto in eccesso e i costi economici degli atti criminali attribuibili
all’alcool nel 2003 raggiungono i 33 miliardi di euro. A questo bilancio vanno
aggiunti 10 miliardi di euro per danni alle proprietà per guida in stato di
ebbrezza oltre a una cifra variabile da Più difficile risulta fare una stima dei danni nei luoghi di lavoro, anche se il 5% dei bevitori maschi e il 2% delle femmine riferisce di avere un impatto negativo dell’alcool sul lavoro o nello studio, con conseguente perdita di produttività variabile tra i 150-710 miliardi, assenteismo (9-19 miliardi) e disoccupazione (6-23 miliardi). L’impatto sulla salute degli europei diventa poi impressionante in termini di decessi: 17.000 morti l’anno per incidenti stradali, 27.000 morti accidentali, 2.000 omicidi (40% del totale), 10.000 suicidi (15% del totale), 95.000 morti ogni anno per cancro-cirrosi, 11.000 donne decedute per neoplasia mammaria (pare che il rischio sia aumentato in base a un effetto soglia), 17.000 morti per problemi neuropsichiatrici e 200.000 nuovi casi di depressione (mi chiedo se questo sia un effetto primitivo o secondario). Il 10% della mortalità delle giovani donne e il 25% dei giovani uomini pare essere alcool-correlata. E in Italia? Secondo una
recente ricerca dell’Eurisko presentata dal Comune di Milano, le donne e le
teen-agers sono oggi le categorie più a rischio di abuso alcolico. Nella sola
Milano sono 39.000 le bevitrici eccessive. Si registrano dati complessivamente in linea con quelli europei: ogni anno in Italia muoiono 20.000 persone di cirrosi alcool-correlata, ma a questi vanno aggiunti il 40% degli incidenti stradali, il 50% degli omicidi, il 30% dei suicidi e l’80% delle violenze sessuali. Su un campione statisticamente rappresentativo della popolazione milanese di età compresa tra i 16 e gli 80 anni risulta che il 25% dei milanesi ha un consumo inadeguato di alcolici ma verosimilmente questo è un valore sottostimato dal momento che altre ricerche riportano che almeno il 10% dei quattordicenni consuma superalcolici fuori pasto. Una buona metà del campione italiano intervistato ammette peraltro di avere un comportamento a rischio nel bere fuori pasto (34%) e nel guidare dopo aver bevuto (25%). Il 70% è comunque d’accordo sul fatto che l’alcool consumato in eccesso possa essere alla base di seri problemi sociali sebbene il 50% lo consideri come un “lubrificante” sociale. Parallelamente
a quanto osservato in Europa anche in Italia si è osservato un calo nei consumi
di alcool pro-capite (dai In crescita l’uso regolare di alcool nelle donne, anche se parrebbe rimanere contenuto entro le dosi di 20g/alcool/die come raccomandato dall’OMS. Nella fascia di età tra i 13 e 24 anni prevale la birra (57%) seguita da vino/aperitivi/digestivi (36%) e superalcolici (24%). Gli intervistati affermano che il vino rientra nella quotidianità perché utilizzato in famiglia mentre la birra è la bevanda che permette di integrarsi ed emanciparsi in compagnia. Ecco forse perché sono in aumento gli episodi di binge drinking (15% dei ragazzi e 6% delle ragazze) e le forme di assunzione in eccesso: circa il 30% dei giovani tra i 13 e 24 anni ricorda di essersi ubriacato almeno una volta negli ultimi 3 mesi (il 13% nella fascia di età tra i 13 e i 15 anni), il 18% ha ammesso di aver guidato in situazioni di rischio per una o più volte. L’impatto delle politiche che sostengono comunicazione, educazione, formazione, prevenzione e consapevolezza dei cittadini sui problemi alcool-correlati è purtroppo ancora basso, considerato il costo umano ed economico riportato dai dati a disposizione. Che fare
allora? Vengono proposte soluzioni diverse e sinergiche. Aumentare
l’efficacia delle politiche che regolano il mercato dell’alcool: è stato
calcolato che se le tasse sugli alcolici fossero utilizzate per aumentare il
prezzo dell’alcool del 10% in un anno, ci sarebbero 9.000 morti in meno
l’anno successivo oltre a circa 13 miliardi di euro di entrate fiscali
aggiuntive. Incrementare i
controlli sulle strade, dotare i veicoli di dispositivi bloccanti (alcohol locks),
abbassare i livelli di alcolemia per i neopatentati. Promuovere sempre più capillarmente l’informazione attraverso i media, le scuole, le istituzioni sanitarie e aiutare la diffusione tra i giovani del messaggio che non è vero che l’alcool sia la strada più breve per socializzare ed integrarsi. Nonostante la
presenza di politiche alcologiche in diversi paesi, meno della metà degli stati
dell’Unione europea ha oggi un piano di azione o un’ istituzione di
coordinamento per l’alcool. L’Italia è molto avanti in questo senso con
numerosi centri e organismi operanti in ambito nazionale e in reti
internazionali in materia di prevenzione, formazione, informazione e ricerca. Moltissimi sono
anche i piani di azione e i progetti sul territorio per azioni di sorveglianza
gestiti dal Ministero della Salute, OMS, osservatori, centri specializzati e
movimenti di pazienti e genitori. Con la
distribuzione di oltre un milione di alcool-test sulle strade nelle sere dei
fine settimana nel periodo 1999-2005 sono diminuiti sia la percentuale di
incidenti stradali che il tasso di mortalità. E’ vero
dunque che, come recita lo slogan della campagna di prevenzione per la guida in
stato di ebbrezza, “la vita è un
soffio”. Maria 11 settembre
2006
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