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Il 5 maggio 2005, presso la sede SNAMI di Milano, si è
costituito SNAMI-rosa, un gruppo di dottoresse medici di famiglia, della
continuità assistenziale, emergenza territoriale, libere professioniste,
ospedaliere o universitarie) che lavoreranno affiancando i colleghi SNAMI
nell’attività sindacale per la difesa e il miglioramento delle condizioni di
lavoro. Non si tratta di una divisione che, come tale, farebbe solo perdere
forza al sindacato, ma di una moltiplicazione di energie ed entusiasmo volta a
rafforzare la voce dello SNAMI. Prima di avviare questa iniziativa mi sono chiesta se fosse
davvero necessaria una maggiore rappresentativa di donne al sindacato pur
sapendo, a grandi linee, che la presenza femminile è in aumento soprattutto in
campo medico. Ho quindi cercato qualche dato sul mondo femminile e soprattutto
su quello che lavora in ambito sanitario. Dall’ultimo censimento (dati ISTAT) risulta che su
57.888.245 di italiani il 51.5% è donna. Dagli stessi dati risulta che la vita di relazione
femminile è molto cambiata negli ultimi 40 anni; si sono dimezzati i matrimoni,
triplicati i divorzi e le separazioni mentre si sono triplicati i matrimoni con
gli stranieri. Oltre a sposarsi di meno le donne italiane tendono a fare
meno figli. L’Italia ha il più basso tasso di natalità europea, con un tasso
di crescita negativo. Da 40 anni a questa parte si è passati da circa 3 figli a
testa a circa 1 figlio per donna, con un aumento di età fino a 30 anni di media
per la prima gravidanza. Dopo un breve periodo di allattamento (tre mesi circa)
il figlio viene affidato per il 40% ai nonni, per il 40% a collaboratori
familiari e per il 16% agli asili nido. In Italia si osserva anche il più basso
tasso di fecondità d’Europa, il che comporta un tasso di sostituzione
negativo (il tasso di sostituzione è quel valore teorico che permette di
mantenere stabile l’ammontare numerico della popolazione considerati i livelli
medi di sopravvivenza). Questo comporta un saldo demografico con tendenza
progressivamente negativa. Il tasso di fecondità tanto basso non pare legato a
un aumento dell’uso dei contraccettivi orali, nei quali l’Italia rimane al
quintultimo posto in Europa, con un consumo di “pillola” di circa il 20%
(circa il 23% al nord, il 20% al centro e il 13% al sud), mentre altri paesi del
nord Europa hanno percentuali di utilizzo che vanno anche oltre il 50%. La vita media del sesso femminile è di circa 6 anni
superiore rispetto agli uomini (83 anni - in aumento -
per le donne e 77 anni – stabili - per gli uomini). Dai dati ISTAT
risulta quindi che le donne sono in numero crescente, si sposano meno, fanno
meno figli e in età più avanzata, vivono più a lungo rispetto agli uomini.
Concomitantemente si rileva un aumento delle donne che lavorano anche al di
fuori della propria famiglia, con un progressivo sovraccarico di impegni e
fatica e conseguente aumento della patologia stress-correlata, patologia
psichiatrica e cardiovascolare (l’infarto non è quindi più la malattia che
rende vedove), anche perché negli ultimi 20 anni sono aumentate del 60% le
fumatrici e si sono triplicate le forti fumatrici (oltre 20 sigarette al
giorno). Questo aumento dell’impegno della donna in campo lavorativo non
sembra essere accompagnato da un’analoga tendenza all’aumento di copertura
di incarichi pubblici o politici. Le donne qui rappresentano meno del 10%,
ponendo l’Italia al 10° posto in Europa e al 79° posto nel mondo. In campo medico il numero delle donne iscritte a medicina
risulta doppio rispetto agli uomini e, tranne che nella facoltà di ingegneria,
ogni 10 laureati 6 sono donne. A oggi, nella zona di Milano e provincia, ci sono 912
medici di famiglia donne e 1.854 uomini, mentre la forbice già si stringe negli
iscritti all’Ordine dei Medici (9.659 donne e 14.970 uomini) Se osserviamo la fascia dei giovani medici dai 25 ai 34
anni la prevalenza femminile è peraltro già molto marcata (20.471 uomini e
26.564 donne) con un soprannumero percentuale
del 23% circa. Da uno studio condotto nel nord Italia risulta che le donne
medico si laureano a un’età media di 26.5 anni, prima degli uomini, con un
voto di laurea molto alto (107 di media), e per il 75% si iscrivono a una scuola
di specialità. Dallo stesso studio si rileva che il 75% lavora
circa 40 ore alla settimana, usa senza problemi un pc, e si dichiara
gratificata del proprio lavoro nel 72%.. Approfondendo le motivazioni di tale
soddisfazione si scopre però che tale gratificazione
pare più legata alle modalità e capacità di svolgimento del proprio
lavoro che al lavoro stesso. Infatti il 34% dice di essere soddisfatta per le
proprie ottime capacità organizzative, il 30% sostiene di possedere un enorme
spirito di sacrificio e solo il 9% sostiene di avere un valido aiuto familiare. Del 28% delle insoddisfatte circa il 40% attribuisce la
causa al tempo sottratto a marito e figli, mentre il 46% al poco tempo da
dedicare a se stessa. In Lombardia i dipendenti donna del SSN (67.917 donne,
30.745 uomini) raddoppiano gli uomini, dato abbastanza omogeneo in tutta Italia
(con un restringimento della forbice da nord a sud). Le donne che lavorano in
sanità sono circa il 60%, abbastanza omogeneamente suddivise tra ruolo
sanitario (61.3%), tecnico (analiste, programmatrici, assistenti sociali)
(52.5%) e amministrativo (64.9%). Le donne che in sanità rivestono un ruolo apicale sono però
in numero davvero esiguo. Su 98 aziende ospedaliere ci sono infatti solo 3
direttori generali, 11 direttori sanitari e 2 direttori amministrativi. La
situazione non cambia molto nelle 191 ASL dove si osservano 7 direttori
generali, 28 direttori sanitari e 17 direttori
amministrativi. Rimane da chiarire se la scarsa rappresentatività delle
donne nelle posizioni apicali, rispetto al numero imponente impiegato in campo
sanitario, sia legata a insufficienti opportunità, accompagnata da scarsa
possibilità di personalizzare gli orari e poco favorita dalla collaborazione a
livello familiare, o dipenda da un atteggiamento sfiduciato e rinunciatario. Negli ultimi anni si preferisce il concetto di “prendersi
cura” a quello di “curare”, intendendo quindi una sorta di custodia, di
sorveglianza dell’altrui esistenza, con dedizione e impegno tipicamente
femminili. L’applicazione del concetto di cura “globale” non solo della
malattia ma del malessere e del disagio che la accompagnano
si concretizza in una capacità di comprensione e di accettazione di un
concetto di fragilità che le donne spesso accettano maggiormente rispetto agli
uomini. D’altra parte già Galeno aveva introdotto il concetto di “medicus
gratiosus”, amabile nel rapporto e quindi bene accetto, dal discorso contenuto
ma eloquente, dal gesto confidenziale ma autorevole, dall’abito elegante ma
sobrio, sempre capace di modulare il proprio atteggiamento verso l’uno o
l’altro estremo a seconda delle opportunità e delle preferenze del malato,
intuite ed esaudite. Una descrizione che trova diversi punti di contatto con un
medico donna. Eè vero anche che la medicina cerca sempre il giusto mezzo,
l’equilibrio tra ipo e iper, quella “medietas” da cui probabilmente
Isidoro (medico e vescovo di Siviglia) fece nel 6° secolo derivare il termine
stesso di “medicina”. Una delle
caratteristiche delle donne, ancor più delle donne che lavorano, è quella
della ricerca di una via di mezzo che permetta l’equilibrio tra stili di vita
diversi e complessi, nella delicata conciliazione tra impegni di lavoro e
famiglia: una scelta di lavoro in studio che va di pari passo con l’impegno
quotidiano a casa. Presso lo SNAMI
di Milano e provincia le donne rappresentano il 40% circa degli iscritti, pur
frequentando assai poco le riunioni e le assemblee indette dal sindacato. Maggio 2005
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